Canzone per la notte

Canzone per la notte
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Usare gli occhi per osservare con attenzione il terreno ed individuarne la più impercettibile irregolarità. Usare i piedi per imparare a stare in equilibrio su una gamba sola per affinarne la sensibilità, indispensabile nel disinnescare una mina. Questo è stato l’addestramento di My Luck, un quindicenne di etnia igbo, arruolatosi nell’esercito ribelle a dodici anni, dopo che gli è stata ammazzata la madre. È stato assegnato, per il suo corpo gracile, ad una compagnia di sminatori, formati da coetanei come lui e comandati dall’inflessibile ed odiato maggiore Essien, soprannominato John Wayne per la sua freddezza e il suo cinismo. Ma il momento più duro l’ha conosciuto al termine dell’addestramento: senza essere stato preparato, un medico chirurgo gli ha reciso le corde vocali. Il perché di tanta crudeltà l’ha capito quando si è trovato in azione, urlare avrebbe potuto mettere in pericolo i compagni. Nel suo gruppo tutti sono muti e comunicano in un linguaggio silenzioso, fatto di segni inventati giorno per giorno. A causa dell’esplosione di una mina è rimasto stordito e ha perso contatto con la propria unità. Adesso è alla ricerca del suo plotone, di cui è a capo, dopo che ha ucciso John Wayne. Intraprende un viaggio inquietante nella foresta, che conosce come le sue tasche, attorno al fiume Cross, disseminato di cadaveri in via di putrefazione, attraverso villaggi distrutti. Una discesa agli inferi, nella quale, oltre che a sopravvivere, My Luck deve fare i conti con i propri ricordi. Il viaggio si fa sempre più strano, senza che si intraveda l’ombra dei suoi uomini…
“Ho ucciso molte persone durante questi ultimi tre anni. Metà di queste erano innocenti, l’altra metà era disarmata – e alcuni di questi assassinii sono stati un piacere”. My Luck esprime così tutto l’orrore ma anche il godimento della guerra, l’attrazione-repulsione del sangue e della morte. Un orrore ancora più grande, se si pensa che sono le parole di un ragazzino. La figura del protagonista, per quanto collocata in un contesto preciso, la guerra civile in Nigeria tra igbo e hausa, è astorica, in quanto simbolo della condizione dei troppi bambini-soldato sparsi per il mondo. Nel lungo monologo con cui My Luck si racconta, esce il ritratto disperato di chi non ha potuto vivere la propria età, gustare i sapori della famiglia, del gioco, della spensieratezza. Tutto ciò è stato sostituito dall’emozione dell’uccidere, paragonata al piacere di un orgasmo. Dietro la dura scorza in cui è cresciuto si cela una sensibilità umana fatta di tenerezza, dai ricordi dei genitori e del nonno all’amore per Ijeoma, alla pietà per le numerose vittime incontrate sul suo cammino. Come un novello Ulisse vaga alla ricerca del proprio plotone, la casa che gli è rimasta, ma mentre l’eroe greco riesce giungere ad Itaca, il viaggio di My Luck è inconcludente, ruota su se stesso, tornando inesorabilmente al fiume Cross, che “tutti incrociamo sulla nostra strada prima o poi”. Chris Abani sta addosso a My Luck, descrive le sue lacerazioni interiori, le sue angosce e le sue nostalgie, senza mai cadere nella retorica. Non cede né ad indulgenze né a pietismi, la guerra è mostrata realisticamente, non lasciando nulla all’immaginazione del lettore, anche se in continuazione contrappuntata da toni lirici e magici, che portano a dimenticarla e a ricordare che c’è comunque dietro ad essa ancora tutto un altro mondo. Canzone per la notte è una profonda riflessione sulle contraddizioni dell’uomo contemporaneo, capace di commettere meccanicamente le più turpi violenze e al tempo stesso di rimanere incantato di fronte ad un cielo stellato. Con questo romanzo lo scrittore nigeriano si conferma come uno dei più importanti narratori contemporanei, in grado di affrontare tematiche delicate e rischiose, come l’adolescenza in uniforme, ed uscirne assolutamente indenne.

 

 

 

 
 
 
 
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