Capitani della spiaggia

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La notte è chiara e silenziosa sul porto di Bahia. La luce della lanterna della “Porta del mare”, la bettola dei marittimi, illumina il vecchio magazzino abbandonato, dimora dei «Capitani della spiaggia»: è questo il nome della banda di ragazzi di strada che infesta la città, bambini abbandonati a loro stessi che campano alla giornata di furtarelli e aggressioni. Notizie da prima pagina per il «Jornal de Tarde» che ne denuncia la pericolosità, mentre la polizia assicura giustizia promettendone la consegna al Riformatorio Baiano e qualche timida voce del popolo si alza in protesta del modo disumano in cui vengono trattati i giovani delinquenti negli istituti di correzione. Ma prima dovranno prenderli, i Capitani, e nessuno sa dove si nascondano. Il loro quartier generale è il vecchio magazzino infestato dai topi di fronte all’arenile del porto. “Vestiti di stracci, mezzi affamati, aggressivi, pronti alla parolaccia e con le cicche di sigaretta in bocca”, sono bambini nati già “uomini fatti”, del più vario colore e della più varia età. Alcuni si distinguono per furbizia, forza e capacità. Come Pedro Proiettile, il capo, figlio di portuale, una cicatrice rossa che gli taglia il viso; Joao Grande, il più grosso di tutti, che dorme sulla porta col pugnale in mano per proteggere i più piccoli; l’agile Gatto, elegante rubacuori e giocatore incallito; il Lecca-Lecca che prega infervorato nel suo angolo di magazzino, di fronte alle immagini di Sant’Antonio e di una Madonna dei Sette dolori; il Professore, avido di libri e di sapere, inventore dei piani migliori e artista dotato, che racconta ai compagni storie di avventura, libertà, eroismo. Il Gamba Zoppa, acceso da un odio vibrante per le autorità…

Capitani della spiaggia, pubblicato nell’ormai lontano 1937, è stato sin dal principio oggetto di critica e censura, fino ad essere coinvolto nel pubblico rogo di diversi romanzi di Amado considerati “sovversivi e simpatizzanti del pensiero comunista”: si legge sull’«Estado da Bahia» che il 19 novembre 1937 furono bruciati ben 808 esemplari di Capitani della Spiaggia, assieme a numerose copie di Cacao, Mar Morto, Sudore, Jubiabà, Il Paese del Carnevale (l’autore verrà informato del rogo solamente durante il periodo di prigionia trascorso a Rio). Sovversivo, pericoloso? Capitani della spiaggia lo è, così come può e deve essere una letteratura davvero “politica”. Per citare le parole dello stesso Amado riportate in un’intervista del 1996 condotta da Gianni Minà: “un’influenza politica forte non deve essere presente nei libri, è sufficiente la realtà perché si capisca che ci deve essere un cambiamento”. Una realtà che parla da sé è la questione dei meninos de rua, ragazzi di strada abbandonati, vagabondi, dediti al crimine e alla violenza e considerati irrecuperabili, problema sociale già molto presente al tempo della stesura del libro e in continua crescita per numero e gravità – si pensi ad esempio ai più “moderni” pericoli connessi alla circolazione e all’abuso di droghe. Chiaro l’intento provocatorio che porta l’autore a dipingere il ritratto struggente e bellissimo di giovani “eroi” senza scelta, il piccolo epos disperato di chi non ha mai conosciuto l’innocenza dell’infanzia ma solo odio e privazione. Un’esistenza, quella dei Capitani, che appare senza alternative, stigmatizzata dalla società, vista solo attraverso la lente distorta della negazione e dell’ipocrisia. Amado restituisce dignità ai suoi giovani personaggi – e a tutta una categoria umana che sopravvive al limite della povertà, che si affida ad amori fugaci, a preghiere rivolte alle statue degli Orixàs, a feste e danze smodate, ad una morale apparentemente “libertina” ma totalmente limpida –, costruendo per loro un’innocenza negata ma mai del tutto sopita, che si rivela, nascosta dietro al linguaggio sboccato, alla perizia dei crimini, agli imbrogli, allo “stendere le negrette sull’arenile”, in un giro su una giostra malridotta, nelle risate senza motivo e irrefrenabili, nella carezza di una signora gentile, nelle tanto desiderate cure materne di Dora, unica ragazzina tra i Capitani. E offrendo loro una possibilità di riscatto, attraverso un’arma a doppio taglio che è, come dice la canzone dei carcerati più volte citata, “il bene più prezioso che ci sia al mondo”: la libertà. Narrazione fluida e mai pesante, cruda realtà e dosato lirismo rendono questo romanzo un capolavoro irrinunciabile. Di certo un atto politico, rivoluzionario come il suo autore, ma agito con respiro universale e umanità. Dal romanzo è stato tratto in tempi recenti anche un film diretto da Cecilia Amado, nipote dell’autore, in occasione del centenario della nascita del nonno.



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