Caporetto andata e ritorno

Caporetto andata e ritorno

Cento anni sono passati e la Grande Guerra non ha smesso ‒ e non smetterà ‒ di far parlare di sé. Perché, nonostante la carneficina del successivo conflitto mondiale e i suoi 55 milioni di morti, più di tutti gli altri che seguirono fu l’ultimo scontro per così dire “epico” e combattuto come una delle guerre antiche, in grado di far scaturire racconti eroici da piccole vicende umane; racconti che ancora possono avere una voce in grado di farsi ascoltare. Così come ancora oggi, a un secolo di distanza, si possono ripercorrere gli itinerari seguiti dagli eserciti e calpestare le strade che i loro scarponi calpestarono. La mappa si può racchiudere tutta nel quadrante nordorientale italiano, comprendendo Friuli (con uno sconfinamento nella vicina Slovenia), Veneto e Trentino Alto Adige. Per il viaggiatore che vuole seguire le orme della Grande Guerra, la toponomastica riporta tanti nomi e non tutti conosciuti. Non c’è solo il Monte Grappa e il Piave. Non c’è solo Caporetto e Vittorio Veneto. Ma anche luoghi come Cave del Predil o il paese di Plezzo, oggi chiamato col nome sloveno di Bovec, ricordano e celebrano quell’immane conflitto. E ci sono poesie, pensieri, canzoni sopravvissute come reduci, pensate e composte in trincea e che la gente canta ancora: epitaffi, oltre che care e nostalgiche memorie. Ma se i luoghi della battaglia sono tutti concentrati in poche centinaia di chilometri, è anche vero che chi in quelle battaglie morì proveniva da tutta Italia. I cimiteri di guerra sono elenchi telefonici quasi completi dell’intero stivale, fotografie di un popolo chiamato alle armi senza sapere perché. Il nostro viaggio inizia dalla Val Canale, allora territorio asburgico, sulle tracce degli antichi forti per poi scendere e raggiungere l’Isonzo, fiume abitato da divinità pagane, e la tragicamente famosa Caporetto. Il fronte poi penetra come una baionetta nel territorio friulano, verso Udine, Pordenone per raggiungere infine il Monte Grappa e il Piave, fiume sacro alla patria...

Un viaggio nei luoghi della Grande Guerra. Dall’Isonzo al Piave: due fiumi che segnano anche due confini bellici. Un viaggio nel tempo: dal mese di ottobre 1917 a novembre 1918. Un anno fondamentale per la storia dell’Europa, per il suo presente, passato e per quello che sarà il suo futuro e che per noi è storia di tutti i giorni. Questo è proprio il viaggio che Paolo Paci ha scelto di fare nel 2016, rinnovando il racconto e la memoria di una guerra che è anche un caposaldo della nostra storia. Ciò che colpisce di questo enorme, tragico e inumano conflitto è che i suoi resti non sono semplici memorie ma qualcosa di più, di vivo e presente. Canti popolari e poesie che sono come memoriali; fortificazioni e musei sono segni tangibili di un fronte di guerra lungo il quale un esercito avanzava trionfale e uno batteva in ritirata, fermandosi per resistere sulle rive del Piave. Camminare lungo quel fronte ha ancora un significato, perché le pietre e i fiumi, come le persone, hanno una voce forte e viva che si può ascoltare. La Grande Guerra è ancora così attuale e presente che vale la pena fare un viaggio nei luoghi e nel tempo, per guardare con i nostri occhi ciò che di quel tempo resta, per vedere cosa di quei luoghi è cambiato. Sul confine italo-sloveno il tempo sembra ancora sospeso. Le persone lo attraversano, il turismo è la grande risorsa. Le lingue si mescolano e una guerra sembra impossibile, come forse lo era allora. Dunque, ecco che è importante soffermarsi sulle storie degli uomini, dei singoli, piccoli o grandi che fossero. Ascoltarne le gesta, comprenderne il pensiero e le intenzioni. Vedere e toccare, ascoltare e ricordare. Sono verbi e conseguenze di chi deciderà di visitare i nostri confini orientali per dare un volto e un nome ai protagonisti di una guerra mai veramente finita.



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