Capoversi su Kafka

Capoversi su Kafka

Sostiene Fortini che Kafka, morto nel 1924, sia stato un “maestro di verità e di vita”: un maestro estraneo alla consolazione, un’intelligenza capace di formulare il “codice della miseria umana”. L’artista “ha saputo quello che noi abbiamo soltanto vissuto”: la sua visione oracolare è stata la ragione del prepotente dominio della sua opera nel Novecento; Kafka poteva paradossalmente essere tra i caduti di Auschwitz, nel 1944, come ebreo praghese: aveva già preconizzato quel microcosmo disumano. Aveva estetizzato e profetizzato la degenerazione della nostra epoca, e la freddezza cieca dell'esecuzione del male. Era stato “giudice e profeta di tutta la prima metà del XX secolo nell’Occidente europeo”: la voce della disgrazia incombente. Sostiene Fortini che Kafka sapesse che la retorica è una minaccia solamente per i deboli: per questa ragione, riusciva a restare incolume alle sue trame, e scriveva restituendo invece “calma e giustezza”. L’estrema precisione del suo linguaggio serviva a rilevare l'inadeguatezza di ogni linguaggio alla realtà. La forza di Kafka era la lucidità disarmante, e la piena accettazione di tutto; la scrittura serviva a mantenerlo in vita: perché “se avesse ceduto alla propria tensione, le forze distruttrici lo avrebbero letteralmente fatto a pezzi”. Sostiene Fortini che esistano due strade per disfarsi di Kafka, così come di ogni verità complessa: il primo è renderlo inoffensivo, riducendolo a un bravo scrittore di favole, oppure assimilandolo a una qualsiasi esperienza religiosa o filosofica, limitandolo, snaturandolo; il secondo è interpretarlo secondo logica marxista, circoscrivendo cioè la sua opera nel passato, bruciandolo. Sostiene Fortini che l’opera di Kafka sia stata l’unica, nel mondo moderno, ad avere come oggetto il simbolo, vale a dire a riconoscere “un mondo nel quale ogni cosa e parola, ogni sentimento e ogni ragione sono segno, sintomo e spia di altro, e dove tutto si trasforma irrimediabilmente”: ciò significa davvero “scrivere sull’acqua, e quindi accettare un’infinita glossa, un’infinita serie di traduzioni”. Così è stato…

Capoversi su Kafka è un’elegante raccolta fortiniana postuma, assemblata per la prima volta nel 2018. Si tratta di otto saggi brevi e di una voce di enciclopedia, originariamente apparsi tra “La Lettura”, “Il Politecnico”, “La Rassegna d’Italia”, “Avanti!”, “Corriere della Sera” e “Manifesto” in un lunghissimo lasso di tempo, tra 1946 e 1990. I pezzi sono qui disposti in ordine cronologico, accompagnati dalle note bibliografiche di Elisabetta Nencini del Centro Studi Franco Fortini, tra le curatrici del libro assieme a Luca Lenzini. L’opera, fregiata da un’ispirata copertina del maestro Ceccato, è stata pubblicana nella collana “Novecento.0” della Hacca, in questi ultimi anni diretta da Giuseppe Lupo, in passato plasmata dall’intelligenza di Andrea Di Consoli. Secondo Andrea Cortellessa, tra i padrini di questo lavoro, Capoversi su Kafka è l’espressione dell’intelligenza del “più polemico e più talmudico dei grandi saggisti della sua generazione”, Franco Fortini; ed è il libro più rivelatore tra quelli apparsi a ridosso del suo “imprevedibilmente nutrito centenario”. A dar retta a Giorgio Biferali, questo libro dà la sensazione di un sipario che si apre, di una luce che si accende in una stanza che era sempre stata buia e che ci faceva paura. Onestamente, io immagino che questa raccolta di scritti possa avere una duplice sorte: avvicinare Fortini ai letterati della nuova generazione e al contempo rinnovare la lezione kafkiana, mandata a memoria, ai lettori di tutte le generazioni. C’è più di qualche aspetto discutibile nella composizione della raccolta, a partire dall’intervallo cronologico irragionevole che separa i primi dagli ultimi pezzi, con ovvie discrasie stilistiche e di tono, in genere; tuttavia non si può nascondere la piacevolezza del recupero, e dell’operazione culturale, in genere. Forse perché, come ha osservato Giuseppe Lupo nella prefazione, Fortini legge Kafka come avrebbe voluto venisse letta la sua propria opera di poeta e di interprete critico; è il segreto della grazia di queste pagine. Uno dei segreti.



 

 

 

 
 
 
 

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