Carne e sangue

Carne e sangue
È nell’America del 1935 che il sogno di Constantine Stassos, otto anni, emigrato dalla Grecia con la sua famiglia, ha inizio. Dalla misera porzione di orto dove i suoi genitori e i suoi fratelli l’hanno relegato, da dove promette di tornare trionfante con un raccolto fatto crescere tra rocce e terra secca, nascondendo in bocca la terra buona da sputare sopra i suoi semi. Un sogno che diventa metafora quando Constantine cresce, conosce Mary e la sposa, creando con lei la tipica famiglia americana, tirata fuori dal niente, emersa dalla povertà col duro lavoro quotidiano del capofamiglia. I tre figli Susan, Zoe e Billy, sono per Constantine il simbolo della conquista di uno spazio, di un futuro e di un amore che a lui è stato negato. Ma quanto sangue e quanta carne ci vogliono, mischiati al sudore e ai soldi, per poter dire d’aver raggiunto una vera felicità, seppur fatta di cose ordinarie? Gli anni passano, i figli crescono e sviluppano identità difficili, alla perenne ricerca di qualche cosa, come se un’eterna rincorsa li costringesse a non fermarsi mai, a non dire quello che veramente vorrebbero dire o fare, fingendo e rassegnandosi a ripetere le frasi che si suppone saranno quelle giuste. Un cliché che si ripete e ritorna in tutti i componenti del nucleo famigliare, ciascuno impegnato nell’incredibile sforzo di arrivare appena a capire cosa significhi essere davvero felici. Constantine non è un padre da amare, così chiuso e arroccato nella sua fortezza fatta di obiettivi, di esagerato e pacchiano lusso, di comportamenti consolidati che lo allontanano da tutto, tanto da costringerlo a chiedersi se in sostanza lui abbia troppo o troppo poco amato sua moglie e i suoi figli. E la famiglia, come una stella malnata, esploderà e i figli e la moglie scapperanno in direzioni diverse, cercando alternative a quel cliché soffocante e senza traccia d’umanità. Un arco temporale di cento anni esatti, che sembra piegarsi fino a formare un cerchio, per ricominciare nei geni dei pronipoti, impazienti, incostanti, anche loro nervosi dentro una pelle che non sembra esattamente giusta per contenere l’anima o la vera identità di chi l’indossa…
La famiglia Stassos, emblematica icona di un’America in continua e ossessiva ricerca di una rivincita e di una riscossa contro tutto e tutti, è un nucleo pulsante e sofferente, esageratamente ricco di vite in perenne conflitto l’una contro l’altra, loro stesse confuse nei propri gesti, nei propri comportamenti, fino a debordare all’esterno, spingendo i componenti a fuggire e inseguire la propria identità, a dividersi tra affetti famigliari e amori sofferenti. È come se ciascuna persona possedesse un suo doppio, più o meno distaccato e visibile, che vive tentando di emergere dall’ombra per sopprimere l’altro. Un doppio fatto di pensieri reconditi, nascosti, passioni e magari incubi. Così la vita diventa una continua riflessione sul cosa rispondere e sul come comportarsi per far felice l’altro. Ben, nipote di Constantine, osserva il nonno guardarlo, sapendolo fiero di lui, della propria virilità, della propria sicurezza, e sa quel che dovrà rispondere per renderlo felice. Ma non è tutto qui. Il suo corpo reclama altri gesti, altri contatti che sembrano proibiti, che non si dovrebbero nemmeno pensare. Il loro rapporto, così come quello tra Constantine e la figlia maggiore Susan, tra la moglie Mary e l’ultimogenito Billy, è il segreto di questo libro, della sua potenza. E’ un passaggio di energia e di magnetismo, un eterno rincorrersi di generazione in generazione. La scrittura di Cunningham richiede dedizione, silenzio, penombra. L’atmosfera tenderà a materializzare i personaggi come fossero lì, accanto a voi, vivi e presenti e in attesa di un vostro gesto. Una sensazione di tormento e curiosità che spinge a continuare, girando la ruota degli anni, fino ad attraversare la Seconda Guerra Mondiale, il Vietnam, i primi anni ottanta e poi il quasi presente degli anni novanta, proseguendo, superandoci e chiudendosi poi nel 2035, in un futuro di bambini proprio lì, dietro l’angolo. Piccoli uomini che sembrano già adulti, con idee guizzanti e nervose, un richiamo alla genetica antica di Constantine, dei suoi figli.

 

 

 

 
 
 
 
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