Caro Bogart

Caro Bogart
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The dancing town, Up the river, Il gallo della Checca, Anima e corpo, The bad sister, Three on a match, La sedia elettrica, La foresta pietrificata, Le belve della città, Ali sulla Cina, L’isola della furia, Legione nera, San Quentin, Il sapore del delitto, Gli angeli con la faccia sporca, Il terrore dell’ovest, Tramonto, I ruggenti anni Venti, Il mistero del falco, Agguato ai tropici: e non sono nemmeno tutti questi i film che Humphrey Bogart, venuto al mondo il 25 dicembre del 1899, niente affatto alto ma di elevatissimi natali, e con una cicatrice sul labbro rimediata in guerra e poi divenuta emblema di fascino ed eroismo romantico, fa prima di Casablanca. Poi, certo, la sua carriera ha una svolta, e si dedica anche ad altri generi di copioni: se Sabrina di Billy Wilder, quando Bogart, l’uomo comune in cui tutti si possono identificare, ha già vinto l’Oscar per La regina d’Africa, è particolarmente interessante, anche se non particolarmente riuscito, in quanto è di fatto, benché l’attore non sia più, e da parecchio, di primo pelo, il suo esordio nella commedia (e tra l’altro il suo coprotagonista, William Holden, gli stava simpatico come un mal di denti, e si vede…) e il racconto di quello che avrebbe potuto essere davvero, ossia un rampollo di ottima famiglia tutto casa e azienda, e non è stato, l’aneddotica si spreca anche in altri casi. Prendiamo ad esempio La seconda signora Carroll: accanto a lui c’è la divina Barbara Stanwyck, viene da Solo chi cade può risorgere, che è un’esperienza che non ha amato granché, anche perché ormai in tutti i film cercano sempre il modo, anche se con la trama non c’entra nulla, di fargli mettere l’impermeabile e pestare qualcuno, e qui interpreta un pittore. Che maneggia il pennello come Monet una Colt. Ma la cosa signolare è che il copione sulla storia di un matrimonio tutt’altro che tranquillo gli capita fra le mani proprio mentre sta divorziando per poter impalmare l’adorata Bacall…

Edito e riedito anche nella collana economica dalla casa editrice che prima in Italia ‒ e di fatto in Occidente ‒ seppe portare Il dottor Živago, ma pubblicato prima ancora da Gremese nel 1992 con un altro titolo (Humphrey Bogart. Suonala ancora, Sam), Caro Bogart (sottotitolo italiano, come se ce ne fosse bisogno: Una biografia), è un saggio molto ricco, interessante, curato nel dettaglio e scritto con la partecipazione e la brillantezza di una novella. Non a caso infatti il suo autore è un romanziere – e con ogni evidenza un appassionato cinefilo – che ha dimostrato negli anni di saper coniugare leggibilità e qualità, nonché attenzione ai temi sociali: Jonathan Coe è prolifico e ha il sostegno del pubblico, ha lavorato in campo musicale, ha fatto il correttore di bozze, è giornalista, ha al suo attivo racconti e libri per bambini e il divo di Casablanca, l’uomo che, come recita la celebre battuta di una nota sit-com a stelle e strisce di diversi anni fa, ha rinunciato a Ingrid Bergman per il bene della Resistenza, è il primo ma non l’ultimo mostro sacro del cinema di cui tratteggia il ritratto; basti pensare a James Stewart. Humphrey Bogart è certo oggi molto meno noto di qualche decennio fa, appare come un esponente nemmeno particolarmente significativo o versatile di un’epoca molto lontana, in cui la settima arte era completamente diversa: si è venuta dunque a creare, per citare il compianto Carlo Mazzacurati, una sorta di giusta distanza che consente di analizzarne la figura, in merito alla quale, ai tempi del maccartismo e non solo, si è detto tutto e il contrario di tutto, la lunga carriera, il gran numero di film, molti dimenticabili, alcuni memorabili, e questo libro, divulgativo e avvincente, può soddisfare molte curiosità.



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