Cartongesso

Cartongesso
Il mio lavoro principale, il mio primo lavoro, quello ufficiale qui a Insaponata, un lavoro non retribuito, quello per il quale mi trovo impiegato ventiquattro (24) ore su ventiquattro (24) ogni giorno, senza soste, quello che svolgo da sempre, vale a dire dal momento in cui ho raggiunto la cosiddetta capacità naturale, piú o meno dai sedici (16) anni in avanti, è quello che mi vede pedissequamente impegnato nell’impedire alle salme mobili che occupano la mia vita biologica di annientarmi definitivamente colla loro biologica visione delle cose. Il mio secondo lavoro, che è in rapporto di connessione col primo, ugualmente non retribuito, lavoro che svolgo senza tregua per ventiquattro (24) ore al giorno, a tempo indeterminato, equivale al maldestro e ingenuo tentativo di mantenere in vita alcune mie aspettative in un bidè di provincia chiamato bassopiave, un territorio dimenticato dalla grazia di dio e dagli uomini intelligenti, o meglio, ricordato solo da uomini confezionati o da spericolati coltivatori di clientele, un territorio che ha voluto fare a meno della grazia di dio…
Vincitore con merito del Premio Calvino 2013 dedicato ai migliori esordi narrativi, Cartongesso è una lunghissima invettiva, un atto d’accusa viscerale e drammatico nei confronti del Basso Piave, del degrado morale e materiale dei suoi abitanti e, per sineddoche, del Nord-Est e dell'Italia intera. Francesco Maino utilizza una lingua nuova, per niente accomodante, che parte da Gadda e lo rende più attuale, amaro, sarcastico, senza più alcuna possibilità di consolazione. Un fittissimo flusso di coscienza senza apparenti coordinate né destinazione, dominato da una voce rabbiosa e potente che mescola la bestemmia all'eleganza, il turpiloquio alla ricercatezza, il dialetto all'invenzione linguistica. Le parole del protagonista Michele Tessare, ex necroforo e avvocato di cause perse, non sembrano voler andare da nessuna parte, si perdono e si ritrovano, si rivolgono a tutti e a nessuno, finendo per detestare e disprezzare anche se stesse. In esse non può che risolversi questa storia e quella del nostro Paese, intrappolato irrimediabilmente in una spirale di ignoranza e volgarità che non ammette alcun lieto fine.

 

 

 

 
 
 
 
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