A casa di Mrs Lippincote

A casa di Mrs Lippincote
Nel pieno del secondo conflitto mondiale la famiglia Davenant (Julia, Roddy e il piccolo Oliver) deve traslocare per un periodo – sino a che la guerra non sarà passata – nella dimora di un’anziana vedova in un sobborgo londinese, perché Roddy deve servire la patria nella Royal Air Force e l’unica soluzione è accettare il temporaneo trasferimento. L’idea non esalta nessuno a parte Roddy, la cui ambizione è forte e il cui desiderio è dimostrare di sapere servire l’esercito, anche se le capacità effettive non si direbbero strabilianti. La signora Lippincote – quasi una presenza fantasma, piazzata in un ospizio data l’età avanzata – impregna il mobilio, dallo scrittorio porta documenti alle ceramiche, dalle tende alle coperte, dai piatti alle stoviglie di mediocre fattura, diventando il simbolo del calore che solo una casa sa dare se ti appartiene. E non è il caso della famiglia Davenant, a disagio in uno spazio nuovo e quasi ostile. Roddy è un marito decisamente egocentrico, impostato, infantile e Julia è una donna che si atteggia ancora a ragazzina, lo spirito ribelle e il desiderio di vivere un’esistenza diversa, meno scontata, anche se il bisogno viene soppiantato dalla falsa allegria, progressivamente mal celata. Oliver è un bambino introverso, legge moltissimo, ama i classici, ha uno spirito acuto e sembra essere il più adulto tra tutti seppur la salute cagionevole lo renda indifeso. Da ultimo c’è Eleanor, la cugina di Roddy, innamorata di lui anche se nessuno pare rendersene conto, che vive con loro e si interessa di giornalismo e politica...
Elizabeth Taylor (1912-1975), i cui temi più cari sono sempre stati la middle class inglese e le relazioni umane (Angel e La colpa ne sono un perfetto esempio), è dotata di una scrittura compassionevole e attenta, capace di sondare gli anfratti più bui dell’animo umano, abile nello scandagliare e portare a galla le regole sulle quali si basano i rapporti familiari e sentimentali. Paragonata da molti, a ragione, a Barbara Pym, Jane Austen e Rebecca West (letture quindi appassionanti senza mai scadere nel mieloso, nelle quali anzi il cinismo e l’ironia sono armi potenti), intesse storie irresistibili, in bilico tra la ritualità del quotidiano, l’accettazione ipocrita di situazioni che vorremmo diverse ma che non siamo capaci di ribaltare e la descrizione – totalmente appannaggio del lettore – della vera natura dei personaggi. Il plot è scarno, a ben vedere non accade niente di eclatante, ma la vera maestria sta nella sensazione che accada qualcosa anche laddove tutto è immobile. Ancora, la naturale confidenza che la Taylor ha nei confronti dell’universo femminile, così contorto e magmatico, la rende un talento forse poco conosciuto in Italia e molto più apprezzato in patria, però da includere nello scaffale di ogni libreria.

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