Catarsi

Catarsi
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Sono le 18 di mercoledì 7 gennaio 2015 al commissariato di Quai des Orfèvres. Sei ore prima un pugno di fumettisti è stato brutalmente massacrato nella redazione della rivista satirica “Charlie Hebdo”. Cabu, Wolinski, Honoré, Tignous… un pugno di amici per Luz, che è sopravvissuto e non ha visto niente che in quel commissariato possa tornare utile. Non sono gli unici amici ad averlo abbandonato. Anche il disegno è andato. In forme protoumane, sbozzi, macchie di colore come lacrime torbide va al mare lo scarabocchio di Luz, cucina, non sogna, fa sesso, poi sogna, ama; non vede più cani nelle nuvole ma terroristi, ci discorre concordando con loro possibili scenari complottistici architettati come annichilenti vaudeville: Al Qaeda imparentata con l’Isis, ebrei che rivendicano false implicazioni per scombinare i piani ai veri complottisti. Un viaggio dentro l’angoscia, sempre in compagnia del nodo allo stomaco, il blob Ginette, nell’assurdità delle reazioni di un uomo alla tragedia che lascia senza parole, e senza disegni in questo caso…

Non lo definisce un fumetto Luz questo Catarsi, ma un tentativo di guarigione. Come quei casi in cui dopo un forte shock si perde la voce, così la voce di un disegnatore sparisce con l’incapacità di rimettere la matita sul foglio. Luz reimpara a disegnare come tenta di ricominciare a vivere, per tratti spezzati, intervallati da macchie di china. Prova, fa caricature di sé, degli altri, acquerella e di nuovo torna a tracciare linee, sempre più fluide, sempre più sicure. Gli occhi sgranati calcati di nero di omini che non sono che steli secchi nelle prime pagine diventano forme aggraziate su omini formati, spaventati ma in movimento nelle ultime. Coraggioso nel lasciarsi violare, sorprendente nella fiducia che ripone in un lettore a cui regala le pieghe/piaghe della sua quotidianità distrutta, Catarsi accompagna nel dolore tagliente che solo la leggerezza appuntita del sarcasmo è capace di rivelare. Avviluppa i lettori tra le lenzuola ritorte, di una lascivia abbandonata e vagamente colpevole, li mette seduti al cimitero, al bordo della fossa in cui giace l’amico Charb. Innegabile che non si possa rimanere indifferenti alla poesia che, oltre ad una mano capace, solo un cuore veramente spezzato può generare.



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