Catilina

Catilina

Roma, 66 avanti Cristo. Alle elezioni per il consolato, carica suprema della Repubblica, si sono presentati in quattro: Lucio Torquato e Lucio Cotta per gli aristocratici, Publio Autronio e Publio Cornelio Silla per i democratici. Si tratta di “candidati assai sbiaditi”, e il popolo segue la competizione elettorale con scarsissimo interesse. Ma sulla scena fa irruzione all’improvviso una figura nuova: il 42enne propretore dell’Africa, Lucio Sergio Catilina, ex luogotenente di Silla durante la guerra mitridatica e la guerra civile e reduce da una carriera politica rapida e brillante, che piomba a Roma e getta sul tavolo la sua candidatura. Un uomo “affascinante, di grande comunicativa, di trascinante eloquenza, un passato da guerriero, fama di duro”, con un programma capace di infiammare i cuori della plebe. Perché dopo tanti anni al fianco dell’ultrareazionario Silla questo aitante aristocratico ora si propone come campione del popolo? Perché colui che partecipò con azioni decisive alla battaglia di Porta Collina dell’82 che segnò la disfatta dei mariani e che massacrò brutalmente il pretore Mario Gratidiano attraversando mezza Roma tenendone per i capelli la testa mozza oggi tiene nella sua casa come un cimelio amato le insegne con l’aquila dell’esercito di Mario? Le voci si rincorrono, mentre il partito degli aristocratici corre ai ripari. Viene fatta partire ad hoc una denuncia per concussione riferita all’attività di governatore in Africa di Catilina. La legge infatti esclude tassativamente che chi è sotto processo possa candidarsi per una magistratura. Catilina deve per il momento ritirarsi, ma non ha affatto rinunciato al sogno di essere console e di cambiare il volto di Roma per sempre…

I suoi avversari - soprattutto Cicerone, il suo nemico giurato, ma anche Sallustio - ci hanno strumentalmente tramandato l’immagine di un uomo “di indole trista e malvagia” che “fin dall’adolescenza trovò piacere nelle stragi, nelle rapine, nelle discordie civili”, “sfrenato nelle passioni, buona parlantina, nessuna saggezza”, con l’anima che “correva sempre verso lo smisurato, l’incredibile, l’irraggiungibile”, un provocatore che “abusa della pazienza” dei suoi concittadini. Ma chi fu davvero Catilina, l’animatore della prima rivoluzione della storia, il maledetto nei secoli? Un aristocratico vecchio stampo che sognava di rimettere indietro l’orologio del tempo con un putsch che avrebbe purgato Roma dalla corruzione e dalle ingiustizie e avrebbe riportato la Repubblica alla moralità delle origini. Scritto con la lingua colloquiale e diretta di un reportage (in quale altro saggio storico potrebbe mai capitarvi di leggere che Cicerone da bambino “leccava il culo al maestro e non dava da copiare i compiti ai compagni”?) dall’eretico giornalista Massimo Fini, il saggio si legge in poche ore senza difficoltà malgrado sia assolutamente rigoroso riguardo alle fonti e riesce soprattutto a descriverci vividamente e compiutamente il quadro sociale in cui i protagonisti si muovono, le tensioni insanabili tra optimates e populares, le varie leggi agrarie e le riforme mancate come farebbe un editorialista politico dei nostri giorni. Cosa che Massimo Fini, a pensarci bene, infatti è.



 

 

 
 
 
 

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