Catrame

Catrame
Milano. L'ispettore Guido Lopez viene convocato d'ugenza in Centrale: dal carcere di Opera è scappato Gianni Cerfoglio, terrorista dei NAR. Il Ministro dell'Interno in persona ha buttato giù dal letto Santovito, il capo della Mobile, e i Servizi Segreti sono già in fibrillazione. Gli abituali informatori della polizia sono perplessi e reticenti: si parla già da mesi di indulto nel Paese, e certo nessun detenuto vede di buon occhio questo casino proprio ora. Lopez si butta anima e corpo sul caso senza nemmeno dormire, ma dopo tre giorni di punto in bianco Santovito lo convoca e lo incarica di indagare sul suicidio di un certo Pessina, un disoccupato separato cogli alimenti da pagare che si è fatto saltare il cervello in una casa popolare di un quartiere di periferia, Calvairate. Unico - flebile, flebilissimo - legame col caso Cerfoglio, una soffiata che indica questo Pessina come basista di una banda che stava organizzando 'qualcosa di grosso' con gente evasa. Lopez, convinto di esser stato fatto fuori dal caso per chissà quale pressione esterna, si reca sul luogo del suicidio, e lì capisce subito che qualcosa non torna. Anche qui c'è un mistero, un segreto, una realtà nascosta da portare alla luce. Ciò che Lopez ancora non sa è che si tratta dello stesso mistero sul quale sta sbattendo la testa tutta la Polizia di Milano...
A nove anni di distanza dalla sua prima uscita - e in contemporanea con l'uscita del suo ultimo romanzo, Hitler - torna in libreria il libro d'esordio di Genna, il noir ellroyano-meneghino che fa da preludio alla trilogia composta da Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago e Grande Madre Rossa. Già il titolo è un manifesto programmatico, una dichiarazione d'intenti estetici: come il catrame infatti è densa, collosa, mutaforma e nera la sostanza della quale è fatto il non detto, il segreto, il sotterraneo, il buio, il 'dietro le quinte', quel Grande Complotto che attraversa la storia italiana del dopoguerra e che è diventato pane quotidiano, know-how, modus vivendi quando non addirittura unica ragion d'essere per certi poteri - politici, militari, spionistici, economici, culturali, religiosi, criminali - devia(n)ti, certe pedine del gioco, certi personaggi ambiguamente non ambigui. Oggi conosciamo e apprezziamo Genna per il suo magnifico talento nel farsi cantore di questo Grande Complotto, delle tenebre che lo ospitano e delle genti che le abitano: ma rileggendo a distanza di quasi un decennio il suo romanzo d'esordio ci rendiamo conto che i suoi temi 'forti' sono già tutti lì, come chiodi piantati nel muro, evidenti a chiunque avesse voluto e saputo vederli già dal 1999. Genna ama raccontare che l'idea alla base di Catrame era scrivere un giallo simenoniano che piacesse a suo padre (come la dedica "A Vito, che ama Simenon" sta a testimoniare), ma il risultato è ben più maledetto, morboso (nonostante l'assenza di qualsiasi concessione al grand-guignol e l'ambientazione del tutto anti-esotica, i palazzoni di Calvairate tra i quali l'autore stesso peraltro è cresciuto) e ricco di terribili sottintesi. L'ispettore Guido Lopez si muove con la determinazione febbrile di un malato incurabile in un teatro fatto più di ombre e di quinte che di riflettori e ribalte, un luogo incantato e pericoloso dove anche la morte di una vecchietta in una casa popolare con la tromba delle scale puzzolente di brodo può nascondere i segni di trame oscure che affondano le loro radici giù nell'abisso, fin dentro i misteri del caso Moro e degli anni di piombo. Un luogo terribile, un inferno di bugie dolorose per esplorare il quale non avremmo potuto desiderare un Virgilio migliore di Giuseppe Genna.

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