Cattiva

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Lucia ha due mesi. Emilia, sua madre ha trent’anni, è stanca. Osserva questa piccola creatura che ha di fronte e ancora non capisce bene come rapportarsi con lei. Tutto è cominciato in un giovedì di sole in un ospedale vicino al mare. Sembrava una cosa bella, far nascere sua figlia di fronte al mare, farle respirare il salmastro fin dal primo minuto di vita. È che quando sei lì poi non ti viene in mente nulla, quello che ti circonda, anche fosse la cosa più bella del mondo, passa in secondo piano, anzi sparisce. Sei solo un fiume in piena di dolore e paura e “l'unica cosa di cui ti frega è cacciare via subito quella cosa che ti sta uccidendo anche se è tuo figlio”. È questo che sente Emilia quel giovedì di sole, con Vincenzo, suo marito, a fianco a lei e un’ostetrica che la guarda fissa. E poi si ritrova capace di respirare come mai pensava possibile, come avesse non due ma tre, quattro polmoni. A farle compagnia un dolore che la spacca in due e un’epidurale che non arriva. In questo dolore annega, sprofonda. E riemerge sì, con una nuova vita. Emilia ora è a casa con la sua bambina. È lì che scopre che “il tempo da soli con una neonata può essere orrendo. Non passa, è pesante, è pericoloso. Ti fa guardare in faccia chi se, e alla fine sei qualcuno di solo e inesperto”. Scopre che è difficile capire cosa vogliono dire le pellicine sulle dita o i rantoli dopo il latte e questo non capire a volte la terrorizza. Capisce che per i pediatri troppe domande sono solo un impiccio, una matassa di ansie genitoriali la cui unica via di uscita si chiama esperienza. Si ritrova con la bambina in grembo, a fissarla per ore, a cercare con inquietudine, a volte con angoscia, di leggere dentro i suoi occhi, dentro le sue espressioni primordiali. “Vuole qualcosa che io non le so dare, ché anche io, come lei, sono nuova da poco” ma lei vorrebbe darle il mondo a quella piccola creatura che le ha scombussolato l’esistenza e la quotidianità. Sì, la quotidianità. Perché “quelli che dicono che procreare è un atto di egoismo dicono una stronzata, la prima cosa da fare quando metto al mondo un figlio è imparare a rinunciare”. Perché a Emilia, che fa la guida turistica, il suo lavoro le manca. Oltre la bambina ora non c’è niente, spiega a suo fratello Daniele con le lacrime agli occhi. Lacrime che ogni sera, verso le 19, le sgorgano dagli occhi, se n’è accorto Vincenzo, escono così, senza un perché, senza un motivo preciso…

Rossella Milone, scrittrice e animatrice del sito dedicato alla forma racconto “Cattedrale”, torna al romanzo con Cattiva, poco più di cento pagine di rara intensità, di quelle che riga dopo riga ti si piantano alla bocca dello stomaco. L’autrice affronta il tema della maternità con uno stile e una scrittura fuori dai canoni, osa dire tutto quello che quasi mai si osa dire a riguardo. Ne parla con coraggio, scandagliando sentimenti e sensazioni e scardinando cliché e convenzioni. Il romanzo si concentra su due momenti ben precisi, il parto e il puerperio. I due piani narrativi si alternano e fanno emergere ogni particolare, fisico e emozionale, di queste due fasi: il corpo che cambia, il dolore lancinante, la felicità immensa, la paura di non essere all’altezza, la nostalgia della vita di prima, i pianti senza motivo. Il dipanarsi della trama si concentra su Emilia e Lucia ma non tralascia figure maschili come il marito Vincenzo e la sua premurosa paternità o il fratello Daniele e la sua familiare empatia o ancora personaggi ben caratterizzati come la vicina, la signora Gargiulo, emblema della genitorialità di un’Italia che fu. Il messaggio della Milone sembra essere che nel diventare madri non è mai tutto bianco o tutto nero. C’è una scala di grigi, di piccole e grandi paure, di scoperte e riscoperte. C’è un mondo intero, tutto nuovo, in cui una madre viene catapultata e a volte fa paura: “è questo, il nodo: quando una nube bianca di gioia e una nube nera di disperazione si incontrano al centro della madre, e la madre non sa che fare. Sa che ci deve passare dentro. La madre questa cosa la sa bene; ma è il come, che non sa. A imparare il come uno ci mette temo, che è sempre troppo lungo rispetto al tempo veloce che ti chiede una neonata”.



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