Cattiva

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Si chiamava Sophia Torres. Aveva i capelli scuri. Camminava sola, quel giorno, un passo dopo l’altro sull’erba, là dietro il campo di baseball. Lo sentì appena, mentre si avvicinava. Strinse la borsetta, accelerò il passo, lui era altrettanto veloce. Indossava una tuta bianca, teneva un tubo tra le mani. Quando le colpì la testa una prima volta, e poi una seconda, lei collassò a terra. Il resto fu sangue, sperma, un ambulante che passava di lì ma non si accorse di nulla, forse. Myriam scopre di lei, ma è troppo tardi. Quando lui viene identificato, e il suo viso mostrato in televisione, lo riconosce. Se lo avesse riconosciuto prima, chissà. Myriam non fa mistero di ciò che quell’uomo le ha fatto. Porta Sophia con sé, come un fardello martellante nella testa, Sophia non ce l’ha fatta mentre lei è ancora qui. Non è però di questo che vuole parlare. Torna indietro con la memoria, a quando era piccola e l’America era il regno di MTV e Michael Jackson. Padre polacco e mamma messicana, Myriam inventa un inglese meticcio rubando parole alla lingua di abuela. Le parole, i loro suoni, le loro successioni, sono ciò che la rende felice. Finché a scuola le fanno notare che al mondo ci sono i bianchi e i non bianchi, e che lei non è bianca, e che essere non-bianchi non va bene…

Myriam Gurba scrive per espiazione. Lei è viva, Sophia no. Lei è la “final girl”, la ragazza che nei film sopravvive fino ai titoli di coda, dopo che tutti sono morti. È lei stessa a definirsi così. Molte persone sono state cattive con lei, ma è su di sé che trascina questo aggettivo, lei che ha avuto l’indecenza di sopravvivere, di continuare a uscire, vestirsi, mangiare, studiare, innamorarsi. Lei che ha raccontato tutto questo e pretende di essere molto più di questo, più di quel singolo giorno che ha cambiato tutto. Cattiva vorrebbe essere il #metoo di una sopravvissuta. Gurba, invece, sceglie di non classificare la sé-personaggia come una vittima. Ci accompagna anzi nei suoi anni Ottanta e Novanta, nei pezzettini che l’hanno condotta fin lì. La pelle più scura del dovuto, i genitori, i fratellini, le amiche e nemiche di scuola, Virginia Woolf, Giovanna D’Arco, Ana Mendieta, il college, la prima cotta per un ragazzo e la prima per una ragazza. Quando arriviamo a capire cosa la lega a Sophia, vorremmo voltarci dall’altra parte, continuare a sognare il romanzo di formazione di una messicana in America. Invece lei, da buona cattiva, ci tiene ferma la faccia e ci ricorda perché siamo qui. Un libro crudo, non facile da classificare, e non per tutti i palati.



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