Cattivi

Cattivi

Orecchie. Narici. Bocca. Lingua. Gengive. Mani. Piedi. Nel mezzo, ti controllano anche i genitali. Ti fanno voltare, chinare, tossire a comando. Per umiliarti. Un ordine è più incisivo se è inutile. Ogni volta che torni da un permesso è così. Per chi può uscire, certo. Lui non può. Toro invece sì. Incontra una donna. Beve un caffè in una tazzina vera, con un cucchiaino vero, che tintinna. Quando la lascia, ogni volta la donna lo benedice. Come se fosse un figlio. Di sessant’anni. Che ogni volta parte per la guerra. Non solo, però. Ogni volta lei gli chiede perché non scappa, perché ritorna. Ma Toro sa di non saper sparire. Non è un tipo che può adattarsi a morire in un posto e rinascere da un’altra parte, l’unica latitanza è sottoterra…

La privazione della libertà come prezzo da pagare per la colpa commessa. Una colpa commessa nei confronti di un altro individuo, e quindi della società stessa. Ogni azione provoca una reazione uguale e contraria, tutti siamo come tessere di un domino. Legati, ci sosteniamo l’un con l’altro. Tienimi ch’io ti tengo. E una scossa, anche microscopica, propagandosi s’accresce. Un sassolino che diventa valanga. Una prosa che paralizza quella di Torchio, non ci si riesca a staccare dalle pagine, ci si sente precipitare attraverso il pozzo nero e senza fine dell’abiezione che porta alla perdita dell’identità. Un romanzo destabilizzante, che ribalta le convenzioni su vittima e carnefice, che porta a farsi domande scomode ma inevitabili.



 

 

 
 
 
 

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