Cattivo

Cattivo
Luca Parmeggiani ha diciassette anni e frequenta il liceo. Non è quello che potremmo definire uno studente modello: il suo impegno è minimo, lo studio non lo coinvolge, il sistema lo soffoca, i coetanei sono satelliti che orbitano intorno a lui a distanze abissali, i genitori – entrambi docenti – sono assenti, troppo impegnati a risolvere i problemi coniugali e i tradimenti per potersi occupare della prole. L’unica passione che Luca coltiva, sfrenata e profonda, è la musica, l’heavy-metal anni ’80, per essere precisi. Iron Maiden, Metallica, Judas Priest e Dream Theater nel loro periodo d’oro, band capaci di smuovere le masse e di infondere carica ed energia al ritmo di chitarre elettriche col distorsore a manetta. Luca scrive e riscrive canzoni, talvolta in inglese, più spesso traducendole in italiano, sicuro che in questo modo sia più semplice vendersi sul mercato e avere successo al primo concerto in programma. Luca si sente cattivo, non a caso intitola uno dei pezzi di cui va più fiero così. Una composizione autobiografica a raccontare il suo essere cattivo, a bad guy, un ragazzo poco raccomandabile. A fare da contorno e sfondo alle sue monotone giornate routinarie ci sono il Barbi, il bassista del gruppo – anima senza midollo, debole e per niente in grado di mantenere il controllo sulle sue emozioni – la giovanissima Christine, una quindicenne che sostituisce tristemente la ragazza dei sogni, Marina, impossibile da conquistare, qualche disco, una montagna di mp3, canne e cocktail con cui stordirsi e dimenticare. Sino a qui tutto sembrerebbe parlare soltanto di un adolescente come ce ne sono tanti, ahimè, incapace di inserirsi nel tessuto sociale, apatico, disadattato, in difficoltà palese, nascosto nel silenzio di quattro mura. Ma c’è di più: Luca è davvero cattivo, forse inconsapevolmente – più spinto dalla noia che dal germe del male tout court – ma è pur sempre l’autore di tredici rapine a mano armata e dell’uccisione di una bambina pakistana: il vero dramma, il guaio in cui non avrebbe mai dovuto ficcarsi, qualcosa che è più grande di lui, l’incipit della fine...
Alessandro Berselli, scrittore bolognese affezionato alla narrativa giallo/noir, già autore di due romanzi – Storie d’amore, di morte e di follia (prequel/interquel/sequel al romanzo di Paola Calvetti Né con te né senza di te) e Io non sono come voi – e di numerosi racconti, torna sulla tematica del disagio, della follia umana, delle dinamiche che conducono l’uomo a scoppiare, esplodendo come una bomba, da un momento all’altro. Cattivo, il cui stile concitato e caratterizzato da frasi brevi e sincopate conduce il lettore a divorare letteralmente le pagine, è l’anticamera – ben confezionata – di un romanzo di formazione che lo scrittore ha da tempo in mente e che, assai probabilmente, è pronto a trasferire su carta. Un noir psicologico di pregio, incalzante, a raccontare non tanto il difficile rapporto tra due generazioni (adolescenti e genitori) quanto la noia di vivere che sempre più spesso conduce alla violenza, inaspettata e inconcepibile nelle circostanze più assurde e impensate. La cronaca, la tv, la radio ce ne parlano quotidianamente, intessendo modelli di schizofrenia, raptus e gesti inconsulti di difficile comprensione. Luca è il figlio di una generazione che non sa che strada prendere, che ha perso la bussola per orientarsi nel mondo e che non ha modelli validi da seguire per evitare di cadere nel vortice della crudeltà gratuita, irreversibile e senza soluzione. Lo scenario che Berselli disegna tra le pagine è inquietante perché tangibile e innegabile. Luca è vittima di se stesso, della sua incapacità di trovare una ragione per essere migliore, per uscire dal pantano della superficialità, per decidere che essere cattivo non è qualcosa di cui vantarsi, ma un marchio che rischia di segnare per tutta la vita.

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