Cavalli selvaggi

Cavalli selvaggi
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San Angelo, Texas orientale, 1949. Ai funerali di suo nonno il sedicenne John Grady Cole ha finalmente rivisto suo padre: è parecchio che i suoi genitori vivono separati, e da qualche settimana sono ufficialmente divorziati. Il nonno non ha mai smesso di sperare che prima o poi tornassero insieme, che gestissero loro il ranch e l'allevamento di cavalli, ma non è andata così. La famiglia è divisa, e lo resterà per sempre: la madre fa l'attrice teatrale ed è quasi sempre in tournée, il padre a giocare a poker e fumare mille sigarette Dio solo sa dove, il ranch insomma finirà affittato a chissà chi, nonostante John consideri vivere e lavorare in un ranch come quello “la cosa migliore che possa capitarti dopo morire e andare in Paradiso”. Solo e amareggiato (anche con la ragazza che frequentava le cose sono finite malissimo), dopo Natale John va in autostop a San Antonio per vedere la madre recitare: forse l'idea era di parlarle, ma dopo lo spettacolo semplicemente il ragazzo se ne torna a casa. Un'ultima malinconica cavalcata con il padre fa rompere gli indugi al sedicenne: qualche ora prima di una fredda e tersa alba di qualche giorno dopo lui e l'amico del cuore Lacey Rawlins sellano i loro cavalli e partono per il Messico. “Secondo te ci daranno la caccia? Perché mai? Non so. È solo che, accidenti, mi sembra fin troppo facile”...
Viaggiare attraverso il mito della frontiera non significa necessariamente viaggiare verso il west, l'ovest: ce lo dimostra Cormac McCarthy in questo struggente e avventuroso romanzo di formazione in cui due sedicenni texani fuggono dalla loro quotidianità per vivere una stagione di violenza e dramma in un Messico passionale, arretrato e spietato. Il plot è forse più tradizionale e lineare di opere come Meridiano di sangue (mentre la sintassi è invece abbastanza innovativa, vedasi ad esempio la virtuale assenza di virgole e il mancato utilizzo di virgolette e di attribuzione delle battute nei dialoghi), ma il romanticismo lirico delle vicende e la cupezza adolescenziale dei cowboy teenager protagonisti ha portato a un grandissimo successo di vendite, a premi come il prestigioso US National Book Award e a una riduzione cinematografica con attori di grido e per la regia di Billy Bob Thornton. Nel 2013 si celebra il ventennale della pubblicazione di Cavalli selvaggi (in originale All The Pretty Horses, che è cosa ben diversa) e la Cormac McCarthy Society ha organizzato per l'occasione un congresso di tre giorni in Kentucky per analizzare e celebrare questo libro così amato e così efficace nel raccontare la riluttante fine di un'epoca e di un'America. Amore, morte, paesaggi stupendi, fulminanti dialoghi laconici accompagnano il lettore lungo il romanzo: ma al centro di tutto ci sono i cavalli, come il titolo suggerisce. McCarthy – come il suo John Grady Cole – stima più gli equini degli esseri umani (non a caso i suoi romanzi vibrano sempre di una solenne disumanità), perché li considera simboli di un approccio alla vita, di una tradizione, di un mondo professionale, di un rapporto con la natura, di un retaggio culturale. Che la modernità ha assassinato. Fanculo la modernità.

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