Cavie

Cavie

“Ritiro per scrittori. Abbandona la tua vita per tre mesi”. Il pullmino accosta per far salire Camerata Stizza, alla guida c’è San Vuotabudella. Gli aspiranti scrittori, futuri creatori di bestseller, illustri ospiti dei blocchi A in televisione o magari nobel letterari, perché no, salgono a uno a uno nel mezzo che li porterà alla loro personale “Villa Diodati”: tutti, se innestati nell’ambiente adatto, possono scrivere il loro personale Frankenstein, il loro capolavoro. Fra loro c’è Madre Natura, con i suoi campanellini sonanti. Miss America con la sua palla per il fitness. Lady Barbona e il suo anello di diamante. E poi il Duca dei Vandali, la Direttrice Negazione, il Reverendo Senzadio, il Mezzano, Sorella Vigilante e la Contessa Preveggenza, Miss Starnuto e il Conte della Calunnia. A dar loro il benvenuto, il vecchissimo signor Whittier (ma perché è vestito come un ragazzino?) e la signora Clark che spinge la sua sedia a rotelle. Ma il meraviglioso rifugio per scrittori si mostra ben presto per ciò che è davvero, una prigione da cui è impossibile fuggire, almeno quanto lo è fuggire da se stessi...

Chuck Palahniuk in questo romanzo suddiviso in ventitré racconti, ventuno poesie e un’ossatura che tiene legato ben stretto il tutto come un tacchino ripieno di ogni ben di dio, dà vita alla sua personale Villa Diodati postmoderna. Se nell’estate del 1816 la residenza estiva di Lord Byron vide nascere romanzi immortali come Frankenstein di Mary Shelley e Il Vampiro di Polidori, l’ex-cinema che accoglie gli strani personaggi che si muovono in Cavie diventa invece un inferno che gli aspiranti scrittori creano con le loro mani. Nessuno vuole essere inferiore agli altri, tutti sanno che la compassione del pubblico è il vero motore che muove il business editoriale. Così iniziano a rinunciare a ciò che serve per avere successo. Prima un mignolo della mano, poi un medio e un anulare. La caldaia e i wc. La luce elettrica. Un piede, la vita, in un vortice di follia che li porterà a guardare in faccia se stessi, il fantasma del successo che tanto desiderano. Cavie di un esperimento in cui vittime e carnefici hanno lo stesso americanissimo volto: una critica di Palahniuk alla società dello spettacolo che si fa risata sardonica, florilegio inadatto ai deboli di stomaco.



 

 

 
 
 
 

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