Cento giorni in solitario attraverso l’Atlantico

Cento giorni in solitario attraverso l’Atlantico
Il Firecrest è un cutter da corsa del 1892, una barca con già 32 anni di navigazione, acquistata da Alain Gerbault in un porto inglese. Ma diventa presto anche l’unica casa di Gerbault, rischiarata da un lume a petrolio e qualche candela sospesa. È lì che sono conservati i beni più preziosi del marinaio: gli oggetti di famiglia e i libri, solo duecento volumi (classificati secondo come gli autori hanno interpretato il mare) perché bisogna economizzare lo spazio (dopo una tempesta era finito in mare tutto Oscar Wilde, troppo poco sincero per accompagnare un uomo di mare). Gerbault non ha esperienza di navigazione oceanica, ma è stato un pilota della Grande Guerra, ha intraprendenza ed è estraneo ai miti della rivoluzione industriale e della conquista del denaro, decide così di tentare un’impresa mai realizzata priva: veleggiare da Gibilterra a New York senza scalo. Parte senza una vera e propria scialuppa di salvataggio, “amo tanto la mia barca che credo non mi sopporterebbe affatto di salvarmi se essa dovesse affondare”, pronto a correre il rischio di finire in pasto ai pesci, proprio come l’ eroe di un romanzo d’avventura…
Cento giorni in solitario attraverso l’Atlantico è un libretto piccolo e prezioso, che in appena 112 pagine ci fa rivivere le emozioni dei primi esploratori dell’oceano e dei grandi narratori del mare come Stevenson, Melville e Conrad. La scrittura è asciutta, a volte un po’ troppo tecnica per chi non sa nulla di vela, ma Gerbault riesce a mantenere sempre un ottimismo e un’ironia di fondo tanto nella scrittura quanto nella navigazione (non ci è difficile immaginare che siano state queste qualità a permettergli di superare cavalloni furiosi, avarie del cutter, sete e fame). A noi non resta che goderci la lettura prendendo come ispirazione lo spirito di Gerbault che così scriveva: “Il vento soffiava furibondo, ma il Firecrest, con la barra fissata, si comportava meravigliosamente nelle acque agitatissime dello stretto, mentre di sotto, nella cabina, io dormivo fiducioso”.

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