Cercami

Cercami
Autore: 
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

La vede salire alla stazione di Firenze. Apre la porta scorrevole di vetro, entra nella carrozza e dopo essersi guardata intorno scaraventa lo zaino sul sedile vuoto accanto a quello di lui. Si leva il giubbotto di pelle, posa il libro che sta leggendo (un tascabile in inglese), mette una scatola bianca quadrata nella cappelliera e si accascia sulla poltrona di traverso rispetto a lui, che non può fare a meno di chiedersi come mai quella ragazza così bella abbia quell’aria così cupa. Sbuffa, per un moto forse di rabbia o di agitazione. Lui pensa dunque che abbia avuto un’accesa discussione con qualcuno giusto pochi minuti prima di salire a bordo, e che ci stia ancora rimuginando su… C’è solo un brevissimo e goffo intoppo in quel momento che altrimenti sarebbe assolutamente perfetto per quel che riguarda l’intimità fra due uomini che fino a quel momento non si sono mai visti nudi. Accade quando uno dei due ha gli occhi chiusi a causa del sapone e l’altro, in doccia, gli tiene il pene in mano e gli domanda se sia ebreo. Il primo si mette a ridere: gli pare evidente, ma l’altro cerca di basare le sue supposizioni su elementi che non corrispondano all’ovvio. Questo eccita Elio ancor di più, tanto da fargli premere più forte il corpo contro quello dell’amante… La sua vita si è fermata lì, è come la coda mozzata di una lucertola, il resto del corpo è al di là dell’Atlantico…

Per un genitore è impossibile smettere di preoccuparsi per un figlio, anche se questo ormai è adulto, e non semplicemente perché gli appare sempre come un bambino bisognoso di protezione: il fatto è che non esiste amore più grande, tant’è che è così innaturale smarrirlo che persino la lingua non sa spiegarne l’assenza. Chi perde il genitore è orfano, chi perde il coniuge è vedovo, chi perde il figlio non ha una parola sola che lo descriva, perché non si può dire, non si può accettare, resta padre o madre per l’eternità. E oltretutto in latino preoccupazione si dice cura, a ben guardare e riflettendoci un po’ su, e avere cura non è forse la più alta forma d’amore e rispetto che si possa rivolgere a chi c’è accanto? Di etimologie questo professore che incontriamo sin dalla prima riga del romanzo, che ha affrontato molti travagli nella vita, e che ha sempre avuto la speranza di rappresentare una porta abbastanza aperta per il figlio, qualora avesse sentito la necessità di confrontarsi con lui, se ne intende: lo sappiamo già dal precedente volume in cui siamo venuti a conoscenza della sua figura, Chiamami col tuo nome, quando discuteva col suo studente, Oliver, del nome dell’albicocca. Cercami però non è semplicemente l’attesissimo e molto riuscito – nonostante si trattasse di un gran rischio – sequel (diviso come una sinfonia in quattro movimenti), anche perché è un’opera universale e che ha piena autonomia, dell’esplicito e trascinante romanzo reso assai bene filmicamente da Guadagnino con una sceneggiatura da Oscar firmata da James Ivory (che di adattamenti letterari se ne intende eccome…), come sempre caratterizzato da una grande raffinatezza, dall’assenza di retorica nel trattare gli argomenti che più si presterebbero a indulgere su determinati tasti, enfatizzandoli, come la passione, l’amore, il desiderio, la nostalgia, il rimpianto, da una sobria e al tempo stesso vibrante eleganza: in Cercami, struggente imperativo, preghiera commossa, tutto si apre con l’incontro casuale in viaggio verso Roma fra il professor Samuel, conferenziere americano da decenni in Italia, il papà di Elio, ormai pianista affermato ma irrisolto dal punto di vista sentimentale anche perché ancora legato al ricordo di quell’estate d’amore in Riviera con Oliver, che pare avere una vita assolutamente regolare a migliaia di chilometri di distanza, e una fotografa che ha più o meno l’età del figlio, che vive nella capitale ma è in procinto di lasciarla per Parigi. È passato del tempo, ma lo scorrere inesorabile di questo non erode, anzi, esalta una necessità inderogabile, che è il fulcro del romanzo, che ne fa menzione e lo ricorda di continuo al lettore: quella del coraggio. Senza coraggio infatti non si può vivere, è un dovere che si ha in primo luogo verso sé medesimi, e, come diceva il poeta, non è mai troppo tardi per essere ciò che si vorrebbe: abbandonando dunque l’orgoglio può spalancarsi la strada per la felicità.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER