Cercasi Dante disperatamente

Cercasi Dante disperatamente
La lingua italiana è ormai un soggetto gravemente malato a cui è necessario prestare cure urgenti. Un patrimonio prezioso che occorre in qualche modo porre sotto tutela e salvaguardare da una deriva latente e inesorabile. L’avvento della “scrittura breve” utilizzata nel dilagante impiego delle tecnologie elettroniche, il sopravvento degli abusi e delle distorsioni perpetrate dagli organi di informazione, la civetteria esterofila che consente all’anglo-americano di allargare a dismisura il proprio territorio di contaminazione linguistica, l’incontenibile avanzata anche nei territori della letteratura della crociata condotta dai solerti maniaci dell’eticamente corretto in favore di un’arte piegata a mero strumento di lotta sociale, l’invasività del linguaggio burocratico, la tolleranza del turpiloquio, la banalizzazione del modo di esprimersi spacciata come forma di semplificazione democratica hanno progressivamente assottigliato il nostro patrimonio lessicale e hanno dato vita a un linguaggio povero e stereotipato. Un fenomeno degenerativo che suona inquietante a quanti ancora desiderano parlare e scrivere decentemente sia pure in un tempo piegato alle esigenze di un ritmo veloce…  
Ma se di questo soltanto si interessasse, allora il libro di Massimo Arcangeli – docente universitario, direttore dell’Osservatorio Linguistico Zanichelli e responsabile scientifico del Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri – si aggiungerebbe, sia pure con merito, alla corposa bibliografia che offre a ogni amante della lingua italiana grandi opportunità di approfondimento senza segnare un punto di novità significativo. Se le gravi condizioni in cui versa il nostro idioma sono sotto gli occhi di tutti, una qualità del lavoro di Arcangeli è quella di saperla analizzare con un’impressionate ricchezza di dati e di illuminanti citazioni. E ancor più apprezzabile risulta al lettore la proposta di un percorso a ritroso alla ricerca della bellezza, della grazia e dell’eleganza di parole ormai desuete, scoprendo in ognuna di esse il valore dimenticato della bellezza. Parole lontanissime, capaci tuttavia di ridare al nostro linguaggio la propria potenzialità espressiva, di ricondurlo alla purezza originaria di una parlata priva delle sedimentazioni degenerative e delle contaminazioni fuorvianti. Perché quelle che utilizziamo oggi non sono più parole, ma relitti del quotidiano disastro che continua a logorare la lingua italiana. 

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