Charles Chaplin – La mia autobiografia

Charles Chaplin – La mia autobiografia
Il libro inizia con “Sono nato il 16 aprile 1889, alle otto di sera, in East Lane, Walworth” e finisce nel 1964, ovvero nel momento della sua pubblicazione. Questo significa non solo che abbraccia uno dei momenti più incredibili della storia contemporanea, il passaggio tra diciannovesimo e ventesimo secolo, ma che copre oltre settant’anni della vita del suo autore, Charles Chaplin. Mancano gli ultimi tredici anni, ma poco importa, perché nel libro c’è veramente di tutto. Ci sono l’infanzia vissuta in povertà con la madre gravemente malata, l’incontro con il teatro, il trasferimento negli Stati Uniti e i primi contatti con il mondo del cinema. Ci sono una personalità che sembra stare a metà tra lo spontaneo e l’ambizioso (“Mi ero spesso trastullato con l’idea di fare del cinema, offrendomi persino di entrare in società con Reeves, il nostro direttore […]”), il travolgente successo, l’arrivo del sonoro con conseguente crisi, e poi il “Il grande dittatore”. Iniziano così ad arrivare i guai, le accuse di comunismo, gli attacchi da governo e stampa, fino all’esilio coatto. Ma soprattutto ci sono tantissimi viaggi in giro per il mondo, gli incontri con personalità come Krusciov e Gandhi, gli amici (tra tutti, quella con Douglas Fairbanks), i dubbi, le paure, le soddisfazioni e le sfide…
Conosco due tipi di lettore: quello a cui piacciono le biografie (o le autobiografie) e quello che non le apprezza. Appartengo decisamente alla seconda categoria. Ciò non vuol dire che non ne legga alcuna, ma sicuramente mi ci approccio con pregiudizi e mancanza di entusiasmo. Poi, proprio perché raccontano la storia di un’intera vita, questi volumi sono generalmente dei mattoni da oltre cinquecento pagine. Tutto questo accade anche per Charles Chaplin – La mia autobiografia. Poi l’illuminazione: non mi sono avvicinato al libro come fosse una biografia, piuttosto come un qualcosa di molto più simile a un saggio di storia contemporanea, genere che mi affascina decisamente di più. Diciamo un perfetto mix tra storia, cinema e pettegolezzo dei primissimi del ‘900. E questo metodo ha decisamente pagato. Scivola via veloce e lineare, perché la scrittura di Chaplin, pur essendo consapevole e decisa, non è mai sovrabbondante o compiaciuta. Non si cada nell’errore di pensare ai suoi racconti, soprattutto quelli dei momenti più alti, come qualcosa vissuto senza cognizione. Il narratore non solo è sempre lucido e presente, ma si rende conto dell’altissimo valore di tutto quello che gli avviene intorno. Non è insomma quella naturalezza di chi, fingendo o seriamente, racconta momenti impensabili come fossero la quotidianità delle persone “normali”. È questo forse il segreto del libro: attraversare la storia degli Stati Uniti (ma non solo) dalla fine del 1800, con occhio critico ma rilassato.

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