Che cosa ti aspetti da me?

Che cosa ti aspetti da me?

Nella casa di riposo in cui soggiorna l’italoargentino Tommaso Perez, un tempo brillante fisico nucleare, ora un “nonnino” ultraottantenne scorbutico e cinico costretto su una sedia a rotelle da un ictus che gli ha paralizzato completamente un lato del corpo, le giornate si ripetono sempre uguali: sonni leggeri, pannoloni superassorbenti, tanta fisioterapia inutile, parenti ipocriti in visita, infermiere che gli danno dello stupido (e che lui – perché, se vi è un lato positivo nella vecchiaia, è proprio il “privilegio dell’irriverenza”– manda puntualmente a quel paese), grand prix in carrozzella, liti giornaliere tra anziane signore viscide come serpi. Il disilluso Tommaso vive con distacco un presente che si trascina e non ripone la minima fiducia nel futuro. Anche se la malattia e la solitudine lo hanno provato profondamente nel corpo e nella mente, ci sono cose che non si cancellano. Le memorie piacevoli di quando, lo sguardo perso tra le stelle, tentava di “pesare l’universo”. Ma anche quei dolori inestinguibili che ritornano ogni giorno, mentre osserva la crepa sul soffitto della sua stanza: la moglie Karen consumata lentamente dal cancro; il figlioletto David, investito a soli quattro anni da una Jaguar nera in corsa. Il professore non si aspetta più nulla dal mondo, e il mondo non deve aspettarsi nulla da lui. Ma quando nella sua vita irrompe Elena, ogni certezza sembra crollare, e Tommaso deve confrontarsi con una nuova, imprevista speranza...

«Ora che sono vecchio, e stanco, e solo, se mi guardo indietro mi sembra che la mia vita sia la vita di un altro». L’elegia di Tommaso, che è allo stesso tempo diario privato, lettera aperta, “confessione” inizia così, introducendoci nei meandri di una mente lucidissima, analitica e cinica che si mette a nudo, riconoscendo le sue due vite: la fine di un’epoca e il lento, inarrestabile declino. Lorenzo Licalzi (il quale, formatosi come psicologo, ha fondato e diretto una casa di riposo in prima persona) accompagna il lettore con una narrazione che scorre docilmente, rendendo appieno lo stato del protagonista, che ha ceduto al «brivido di febbre» della vecchiaia e si lascia trasportare inerme, mentre osserva l’innocuo caos di quel microcosmo che è la casa di riposo, con i suoi ospiti bizzarri che fingono di accettare con serenità la loro sorte. I momenti di maggior cinismo, probabilmente quelli più riusciti, sprizzano un’ironia dissacrante e strappano sempre una risata, in un’arguta denuncia dei luoghi comuni sulla vecchiaia, dell’ipocrisia e dei comportamenti moralisti e “politicamente corretti”. Di quando in quando, il tono della narrazione si fa più lirico e tende al patetismo, risultando a volte forse troppo esasperato. Una storia, nel complesso, tenera e toccante, il cui pregio principale è quello di riuscire a condensare in poche pagine una vita intera, dal punto di vista privilegiato dell’attore principale, espediente cui la penna di Licalzi fa ricorso spesso e volentieri.



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