In che lingua sogno

In che lingua sogno
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Londra, febbraio 2002. In una sera come un’altra, la quarantasettenne Elena sta cenando con il marito Shalom ed i suoi tre figli, quando riceve una telefonata da un uomo che la invita subito a mettersi seduta, perché quanto sta per dirle potrebbe sconvolgerla. Elena riconosce un forte accento russo, chiede allora che si parli in quella lingua, che ben conosce, e che le venga detto tutto quanto, senza alcuna esitazione. L’uomo, frettolosamente, si presenta come V., ed afferma di essere un suo zio in quanto il suo vero padre, il padre naturale di Elena, non è chi l’ha cresciuta, con amore e dedizione, Semjon Biller, ma tale Joseph Schneider, membro della famiglia Minster, americani trasferitisi in Russia. Joseph e la madre di Elena, Rada, hanno avuto una storia prima che quest’ultima conoscesse Semjon, con il quale decise di comune accordo di crescere la figlia che portava in grembo e di vivere insieme fino ad allora. L’uomo rivela anche che Joseph è ancora vivo ed abita a New York. Nonostante tale rivelazione, e la confusione con la quale V. riporta date, luoghi e aneddoti, Elena sente che quanto gli si sta raccontando corrisponde alla verità. In qualche modo, ha la consapevolezza di averlo sempre saputo ed il romanzo che giusto poco prima aveva pubblicato quasi presagiva una situazione simile. Accetta subito di mettersi in contatto con il vero padre e, nello stesso momento, pensa a suo padre di fatto: Elena sa che nulla potrà minare l’amore nei confronti di colui che l’ha educata e cresciuta in tutti quegli anni ma vuole comunque ricostruire la storia della sua famiglia e la sua, entrambe contraddistinte da migrazioni e traslochi da un Paese all’altro...

Elena Lappin scrive un romanzo autobiografico, in prima persona, nel quale narra i suoi trasferimenti da un luogo all’altro (Praga, Amburgo, Tel Aviv, Haifa, Ottawa...) a volte per studio, altre per amore, altre per necessità. Non solo: parla di come è riuscita ad integrarsi nelle varie realtà e di come la lingua di un Paese rappresenti una popolazione, un modo di sentire, un modo di essere. “Non si abita un Paese, si abita una lingua” affermava lo scrittore e filosofo Cioran e su questo sembra concordare anche l’autrice che, alla fine del romanzo, accetta, anzi sembra apprezzare la fortuna che ha avuto nel poter scegliere la lingua inglese come sua lingua principale, attraverso la quale la sua natura di scrittrice ha potuto emergere (sarebbe accaduto ugualmente se non avesse appreso questa lingua?). Una lingua ti concede delle coordinate attraverso cui vedere ed interpretare la realtà: possederne più di una aumenta sensibilmente la capacità di comprendere il mondo, anche se ogni trasloco, ogni partenza è un piccolo lutto. Spostandoci con Elena e la sua famiglia ‒ d’origine o acquisita ‒ tra i vari Paesi, percorriamo nella lettura anche importanti avvenimenti sociali. D’altra parte “la storia (...) è la storia di ciò che succede alle persone mentre vivono la loro vita seguendo, o contrastando, le regole create da altri”. Un romanzo delicato, che ti fa sentire parte di una famiglia meravigliosa come deve essere quella dell’autrice; una scrittura matura, ironica senza alcuna presunzione, che ci ricorda l’importanza di riscoprire nostre radici.



 

 

 

 
 
 
 

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