Che ogni cosa trovi il suo posto

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Da sette anni, Jan Lazar lavora come assistente in un istituto per malati mentali Casa Sofia, nella periferia di Roma. Un agente di polizia segreta, a Brno, a più di mille chilometri da lui – mentre Jan si sta recando in clinica –, incendia sulla collina di Hády un rogo di carte con su anche il nome di Jan. L’intero sistema bolscevico sta, infatti, crollando: “si sbriciolava come un fungo imputridito, si svuotava come un portacenere colmo di mozziconi vecchi”. Ed è proprio sul limitare, sui bordi stessi della fine che riaffiora, spesso – potente –, la memoria. Ritorna l’infanzia di Jan a Brno: il coraggio di nonna Jarmila, “l’elegante combattente”, il giocare a Cielo-inferno-paradiso, il prima, il durante e il dopo la guerra, il regime comunista verso cui molti correvano “come lepri nel cono di luce dei fari sulla provinciale di notte”, il Natale “perché a Gesù Bambino si può credere senza stare a guardare la confessione religiosa”, le radici scavate nella dura terra straniera: “possiamo andare dove vogliamo, solo che per ora non possiamo tornare a casa”...

“Il passato rivive nella nostra coscienza, gli spazi della nostra vita si illuminano, nonostante li abbiamo dimenticati nel corso del tempo. Sono qui con noi, basta guardare con attenzione”. Le piccole anime di Sylvie Richterová – Jan, Marie, Kazimír, Kristýna... – ridanno anima a tutti i suoi – i nostri – ieri (per citare la Ginzburg): la vita pullula di vite che la riempiono, che gonfiano il romanzo come un mare increspato, ma calmo; figlio di quella bonaccia, di quella saggezza che, ormai, sa e dice, che trova pace nel lasciar riaffiorare dai fondali. Le vite servono la vita: la finzione smaschera la Storia, le ridona il cuore. Le restituisce il suo posto. “L’anima guarisce quando cresce, e crescere è doloroso”: vuol dire lasciarsi attraversare, squarciare in due, dal filo spinato, e resistere. Guardare la morte, e resistere. La follia e l’ingiustizia, e resistere. L’esilio, e resistere. La Richterová scende in profondità, negli abissi dell’uomo e ne racconta la Storia e le storie per quelle che sono. Narra la tempesta con toni misurati, ma d’una misura ribelle – e non rabbiosa. Con una prosa sapiente e aperta, come un oceano, inonda i cuori: li spolpa e insieme li riempie, li legittima. Li ricorda e, come esuli, li prende per mano e li riporta a casa.



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