A che servono i Greci e i Romani?

A che servono i Greci e i Romani?

Nella vulgata corrente si sta affermando una nuova tendenza linguistica a utilizzare metafore di natura economica e mercantilistica per definire il variegato insieme delle attività culturali e delle opere d’arte. Il passato storico e artistico viene presentato, ad esempio, in termini di “patrimonio”, parola di origine latina che definiva il complesso dei beni materiali che si trasmettono di padre in figlio. Non a caso viene utilizzata anche l’espressione “beni culturali”, quasi fossero gioielli da custodire o titoli azioni da cui ricavare il maggior profitto possibile. Per non parlare di quel “giacimenti culturali” che evoca depositi di sostanze minerarie da sfruttare a fini commerciali e che spinge perfino taluni a ricorrere all’appellativo ancor più audace di “petrolio italiano”. Ma a questo servono i monumenti e le vestigia storiche, le opere d’arte e gli scritti che ci hanno lasciato i nostri antichi progenitori? La lezione che ci hanno tramandato antichi Greci e Romani, ben al contrario, ci invita a considerare ogni modulazione della creatività intellettuale come una risorsa utile a rendere la nostra società sempre più degna di essere amata e vissuta. Del resto è a questo che la cultura è sempre “servita” nel corso dei secoli che hanno fin qui preceduto. Mai si è chiesto ad essa di produrre un tornaconto economico e immediato come avviene oggi. Ed essa ha dato frutti in virtù della pazienza di attendere che la libertà e la fantasia creativa necessitano e dell’attenzione umanistica con cui ci si è rivolti a osservarne la bellezza…

È uscito in libreria un interessantissimo libro dedicato alla necessità di una salutare riconsiderazione del valore più autentico dell’espressione culturale. Ne è autore Maurizio Bettini, illustre studioso della cultura classica ‒ a cui ha dedicato una lunga serie di opere ‒ e docente di filologia classica all’Università di Siena. Da sempre votato all’impegno di accorciare la distanza tra la cultura umanistica e la realtà sociale contemporanea, nelle pagine di questo nuovo testo egli rinnova il suo intento di mostrare quanto possa risultare scellerata l’intenzione di volere convertire la cultura alla regola dell’utilitarismo economico. Per sì fatta strada, il risultato che si ottiene è quello di impedire il mantenimento o lo sviluppo di una forma mentis capace di discernere ciò che vale da ciò che prevale; di non concedere il tempo necessario al pensiero critico di risalire come una linfa vitale dalle radici fino alle nostre menti. Ricondurre l’espressione culturale e lo studio dei classici nell’alveo della dimensione che è consona alla loro peculiarità educativa, ci consentirà di tornare a leggere, ordinare e rappresentare il mondo, di dirne il senso e il valore e di esortare ognuno di noi ad avventurarsi tra le vestigia del mondo classico con la persuasione che far risorgere civiltà trapassate consente di liberare energie creative in grado di riportarci a ciò che realmente siamo.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER