Chi si firma è perduto

Ennio De Concini (Roma, 1923-Roma, 2008), sceneggiatore fecondo con all’attivo oltre 150 testi per cinema, tv e teatro, si racconta in un libro-intervista nell’ultimo periodo della sua vita, quello in cui “il telefono non squilla più”. Ha avuto successo, ma ritiene il suo bilancio fallimentare, perché si è trovato acclamato in un ambito che non lo interessava. Attivo in un periodo prolifico e felice del cinema italiano -quello che va dal dopoguerra agli anni ’70- non ha mai amato il grande schermo, raramente ha visto per immagini il suo lavoro di scrittura ed ha sempre consegnato gli script senza prestarsi al successivo lavoro di revisione e collaborazione con i registi. Nonostante l’Oscar ottenuto nel ‘63 per miglior soggetto e sceneggiatura con Divorzio all’italiana (1961, regìa di Pietro Germi), si sente un traditore, un disertore della letteratura, sua vera ambizione giovanile. Racconta di aver collaborato in qualità di “consigliori” a numerosi altri progetti cinematografici (primo su tutti Sciuscià, 1946, regìa di Vittorio De Sica) senza aver però legato, per scarso interesse, il suo nome all’opera perché “Chi si firma è perduto”…

Chi mai avesse letto il libro intervista di Truffaut Il cinema secondo Hitchcock, sappia che non siamo nello stesso campo da gioco, non siamo nello stesso campionato e non si tratta dello stesso sport. Da una pubblicazione sulla settima arte ci si possono aspettare considerazioni di carattere estetico, storico, tecnico, comparazioni stilistiche e narrative e (non guasta mai) un’aneddotica saporita su retroscena e curiosità della lavorazione dei film e dei loro protagonisti. Niente. L’assoluto nichilismo, vero o ostentato da De Concini si materializza in una serie di “non ricordo”, “non li frequentavo”, “non ho visto il film” che ci si chiede quale ragione, tolta quella del personale legame di Jonathan Giustini con lo sceneggiatore, abbia indotto a rendere pubblico questo materiale svilente. Siamo più vicini al diario del pittore cinquecentesco Pontormo i cui scritti, lungi dallo svelare considerazioni pittoriche, religiose e filosofiche, mostrano il bollettino medico di un ipocondriaco che annota il desinare quotidiano ed i relativi effetti fisici, contando quante volte hanno dato “…picchi e bussi all’uscio…” ed egli non ha aperto perché “…io non volea veder niuna persona”... De Concini, con affermazioni che talvolta destano il sospetto di mistificazione e di un egocentrismo basato sulla provocazione arriva a sminuire Fellini, Zavattini, De Sica ed altri (famoso il suo alterco mai sanato con Germi) affermando la superiorità del genere cinematografico dei Peplum o, in gergo “sandaloni”, rispetto ad altre produzioni. E se anche le considerazioni di De Concini fossero vere e non mistificate, stiamo parlando dell’epopea del cinema italiano, dove non è consentito ad un’eventuale verità di rovinare una bella storia, e dove tra realtà e leggenda, vince la leggenda.

 


 

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