Chi si rivede!

Chi si rivede!
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È stata una giornata pesante per Bert Watson e, a conclusione, mentre dal suo ufficio sente spegnersi i telai della piccola fabbrica, deve ancora risolvere un problema di fatture che non quadrano. Non che muoia dalla voglia di tornare a casa a sentire sua moglie che si lagna del prezzo dei cavolini di Bruxelles ma proprio non gli andrebbe di stare a sentire Duncan MacFarlane che insiste da giorni per essere ricevuto. “Duncan doveva avere sui vent’anni ma indossava la sua età con leggerezza”. Con il suo sguardo limpido e sicuro, il ragazzo ha una richiesta semplice per il suo capo: “Vorrei un prestito di cinquecento sterline e tre mesi di aspettativa”. Dapprima Watson pensa di non avere capito bene, distratto dal pensiero di quelle dannate fatture, ma poi no, il ragazzo ha detto proprio quello. Il motivo? “Argentina”. Ah già, il campionato di calcio. Ed è allora che Burt Watson “Rammentò il prezzo pagato per carriera e rispettabilità, un costante prosciugamento della propria spontaneità cui ormai si accorgeva a malapena, come si fa con la tassa sul tabacco”… Da quando si è separato da sua moglie Katherine, le partite di calcio di suo figlio Gary sono l’occasione per John Hannah per trascorrere del tempo con lui. “Un campo comunale di calcio in Scozia è un luogo talvolta infestato […] reso spettrale da pressanti voci bianche, perdute energie e piccoli, impetuosi sogni”. Chissà cosa ha reso tanti ragazzi scozzesi così disperati da praticare questo sport, si chiede John, perso tra ricordi e riflessioni sulla sua vita passata e presente, certo che “Non avrebbe retto a lungo la vista di Gary e degli altri ragazzi senza che un senso di perdita, un rimorso vagabondo di quei tempi, cercasse un breve riparo dentro di lui”… “La riconobbe tra il dolce e il caffè”. Eddie Cameron è seduto al tavolo, impegnato in un pranzo di lavoro con un cliente preso dalla celebrazione di se stesso, delle capacità che lo hanno trasformato da uno sciocco ragazzo partito con niente “in uno sciocco ragazzo con niente, eccetto un’impressionante somma di denaro”. All’improvviso sente il bisogno di mollare l’uomo al suo autoincensamento per raggiungere la donna seduta con una amica, ad un tavolo poco più in là. Marion, una sua fidanzatina di quando era ragazzo, che non è cambiata di una virgola. “Riconoscerla fu un lampo di avventura, una pulsione adolescenziale in una giornata di mezza età”. Basta un bacio sulla guancia per renderli “due complici in una stanza affollata”. Pochi scambi di battute ed emerge che lui è divorziato, lei vedova da poco (sette anni, in realtà); perché non vedersi a cena? Potrebbe essere piacevole, potrebbe accadere qualcosa di bello. O forse no, chissà. “‘Chi si rivede!’ disse, e non stava parlando soltanto a lei ma anche a quel che rimaneva del giovane che era stato”…

“Ci vuole talento per racchiudere una vita in poche manciate di parole”, dice nella Postfazione Clara Pezzato, ottima traduttrice e curatrice di questi racconti di William McIlvanney, a sottolineare la capacità straordinaria dell’autore scozzese di raccontare l’esistenza – più spesso il dramma dell’esistenza – dei suoi personaggi con poche e precise pennellate. Questi personaggi sono per lo più perdenti, le cui “ferite invisibili” nascono dalla “tragicità del compromesso” che li ha costretti a barattare i sogni della giovinezza in cambio di un posto convenzionale nella società o, per contro, conseguono da “la penitenza pagata per aver voluto essere se stessi”. A proposito delle ferite invisibili che segnano i protagonisti di questi racconti, chissà quanto sia plausibile ipotizzare che la città immaginaria in cui si muovono abbia un nome “parlante”, Graithnock, che pare alludere (oltre che al nome del paese di nascita di McIlvanney, Kilmarnock) a cicatrici che restano indelebili dopo i colpi ricevuti nel momento in cui i sogni e la realtà si sono scontrati sulla soglia dell’età adulta. I sogni sono la costante che accomuna queste cinque storie, sia attraverso la consapevolezza che coglie improvvisa di averli smarriti per strada, sia risvegliati dal proposito quasi disperato di provare a recuperarli, o soltanto riconosciuti con tenerezza negli occhi di un giovane, cui si guarda non con invidia ma anzi con un pizzico di rimpianto, simpatia e facendo il tifo per lui. Spesso impegnati in rendez vous con se stessi, questi disadattati e/o sconfitti della vita, soli per scelta o per necessità, occupano posti nella vita e nella società loro malgrado. La scrittura di McIlvanney – autore di poesie, saggi, romanzi (anche noir, che gli hanno meritato la definizione di padre del Tartan Noir), articoli giornalistici, vincitore di prestigiosi premi letterari -, stranamente ruvida e raffinata ad un tempo, è forte di una ironia a tratti anche caustica che permea anche gli aspetti più tragici di queste esistenze. Lo sguardo acuto dell’autore scozzese è rivolto sempre alle persone comuni, antieroi della vita che tentano una resistenza, eterni sconfitti decisi a non rinunciare ai loro sogni, ad aspirare alla felicità in contesti che invece la ostacolano. Autore anche di romanzi sociali, sostenitore di idee socialiste, oppositore del Thatcherismo, mantiene il suo impegno sociale persino nei noir e anche nei racconti, sempre avvalendosi dei toni tragicomici. Il più emblematico protagonista di questi racconti è forse Sammy, un giovane disincantato che vive immerso nel fallimento sociale rappresentato dalla sua famiglia, ma che non rinuncia ad opporsi e a resistere come può, anche soltanto con i suoi libri; a Sammy non importa il prezzo da pagare per non essere fagocitato dal sistema lavoro e dalle convenzioni sociali. Forse questo personaggio ha anche qualche nota autobiografica: prima di morire nel 2015, McIlvanney, che era figlio di un minatore, ha raccontato in una intervista che a dodici anni lasciò la scuola per andare a lavorare in fabbrica, ma senza rinunciare alla sua passione per i libri. Ricorrente, poi, è nei racconti il ruolo che il calcio deve aver ricoperto in Scozia, soprattutto in un determinato periodo, ovvero quello di un sogno di riscatto possibile che ha animato a lungo la speranza di farcela per tanti giovani. Dice Clara Pezzuto: “Attraverso gli occhi di John, il calcio diventa metafora della vita e del sogno, quello slancio spontaneo che non ti fa temere il fango, il freddo, le avversità, e che invece oggi pare ridotto ad un estetica di se stesso”. Gli uomini di questi racconti sono dei ribelli, “l’atto più elevato di un uomo consiste nel ribellarsi all’assurdità costante […]. La rivolta è sempre positiva perché dimostra ciò che in un uomo è da difendere”, pensa uno dei protagonisti del libro. Poco noto in Italia ma considerato tra i più grandi autori di noir contemporanei inglesi e uno dei maggiori scrittori scozzesi del Novecento, anche per la sua scrittura tra poetica e denuncia, di William McIlvanney è stato ben detto: “ Per qualcuno è stato un autore di romanzi di genere, per qualcun altro semplicemente un tessitore di storie, un sardonico osservatore delle tante miserie e pure di quelle virtù che si annidano nella società degli uomini”. Ogni lettore troverà l’aspetto che più è nelle sue corde nelle sue storie, questi racconti sono destinati a chi ama certa letteratura di denuncia sociale; in ogni caso, chiunque non potrà che apprezzare un modo di raccontare assolutamente non convenzionale e piacevole. Una curiosità: McIlvanney spesso riprende protagonisti di altri suoi romanzi o racconti; accade anche in questi racconti, dove per esempio uno dei personaggi è già protagonista del romanzo Il regalo di Nessus.



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