Chi ti credi di essere?

Chi ti credi di essere?
La vita di Rose ha molte finestre, diverse stanze: dalle fessure delle imposte possiamo spiare quel che capita e vedere meglio dietro gli infissi spalancati. Ecco Rose bambina, al di là dei vetri: è nel retrobottega e se non si leva dai piedi, se non la smette di dir cose che non deve, la sua matrigna Flo le promette “botte da re”. Un'espressione del genere stimola l'immaginazione di Rose: pensa a una violenza sontuosa, a una parata di schiavi, a qualche schizzo di sangue e a dei cavalli bianchi. La realtà è però più squallida: il padre di Rose interpreta la parte del cattivo con una brutalità incolore e, dopo, l'offerta di perdono è solo un vassoio con sopra qualche dolciume. In un'altra stanza, nei riflessi di luce sulla finestra, si vede una Rose già adulta: ha lasciato da tempo il primo marito e a una festa ha raccontato di quando nell'asciugatrice ha trovato un gatto morto. Non le era mai piaciuto molto, quell'animale. Chissà se invece agli invitati risulta gradito l'aneddoto cinico e il suo modo di raccontarlo. A Simon di sicuro piace: lui e Rose hanno fatto l'amore quella sera stessa. “Sei l'uomo della mia vita”, gli ha detto lei, precipitosa. Poi, non le è rimasto che scappare: quando l'amore strappa a brandelli la razionalità e l'indipendenza, come si potrebbe far altrimenti? Eccola ancora assieme a Flo, oltre la porta d'ingresso della casa: sono in là con gli anni, tutte e due. Flo non ha più il negozio di alimentari, ma si è fatta costruire una veranda per guardare la strada con lo stesso sguardo ignorante e pettegolo che aveva dietro il bancone. Appesi ai muri ci sono una serie di ninnoli che raccontano miseria: un calendario con un cagnetto e un gattino muso contro muso, sei conchiglie trovate da qualcun altro nel Pacifico e la scritta “Il Signore è il mio pastore” ricevuta in omaggio da un caseificio. Dietro altre trasparenze, infine, c'è Rose con Ralph, quel suo vecchio compagno del liceo che imitava  Milton Homer, il ritardato più popolare di tutta Hanratty, Ontario. Ralph, come Rose, sa far ridere quando scimmiotta la parte più povera della sua infanzia. Rose è come una casa: ricchezza dietro una finestra, fame solo a qualche vetro di distanza; lacrime ieri, sorrisi domani; dettagli tanti, eventi ritagliati: la sua intera esistenza...
Difficile dire se Chi ti credi di essere? sia una serie di racconti sulla vita di una stessa protagonista o un romanzo sugli sviluppi di una personalità nel tempo, ad ogni modo, nei dieci capitoli di questo libro – o nei suoi dieci racconti – si delinea un personaggio: Rose. Più che i singoli eventi che le accadono, però, a legare assieme le pagine sono alcune parole. Le storie narrate si sviluppano infatti quasi sempre a partire da un sostantivo o da dettaglio minimo, non da un'occasione o da un evento. Il modo di dire “botte da re”, ad esempio, è il pretesto per rivelare un'intera infanzia e “mezzo pompelmo” svela l'alienazione di Rose nell'adolescenza e allo stesso tempo ne anticipa la maturità. Più avanti, l'altisonante nome di Milton Homer cucito addosso alla persona sbagliata basta a restituire un'immagine vivida del degrado di Hanratty. Inoltre, per capire in che direzione si svilupperà l'unione tra Rose e il suo primo marito sarebbero forse sufficienti due soli vocaboli: “voialtri” e “Metternich”. In Chi ti credi di essere? le parole della Munro come una lente d'ingrandimento permettono di vedere le situazioni e modellano pensieri che prima erano senza forma: “In quel momento i suoi sentimenti erano sotto shock, vulnerabili e, benché ancora non lo sapesse, stavano già cominciando ad appassire accartocciandosi ai bordi” o “A Rose parve che in quella maglia ci fosse un senso di stanca allegria, una specie di adolescenza pietrificata”. Appena uscito in Canada nel 1978 questo libro ha vinto il Governor General's Award e due anni dopo è stato finalista al Booker Prize. Arrivati all'ultima pagina vien voglia di ricominciare a leggere Chi ti credi di essere? dall'inizio: ormai si è entrati così in profondità nel mondo di Rose che è difficile uscire.  

 

 

 

 
 
 
 
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