Chiamami sottovoce

Chiamami sottovoce

Lugano, 2009. Il funerale della mamma di Nicole è molto partecipato. Era una maestra in gamba, di cui tante persone conservano un tenero ricordo. Lei ancora non se ne capacita, che non ci sia più. Resiste alle strette di mano, agli abbracci, al ritrovarsi sola nelle stanze che erano sue, in mezzo alle sue cose. Alla lettura del testamento, scopre di aver ricevuto in eredità anche la vecchia casa di Airolo, in cui hanno abitato fino ai suoi nove anni. Credeva l’avessero venduta, al paese non erano più tornati, mai più nominato, nemmeno una volta. Il notaio consegna a Nicole le chiavi, e quel viaggio in macchina nel passato la riporta al 1976, quando suo padre coordinava i lavori del tunnel del San Gottardo. Nicole passava i pomeriggi a disegnare, ancora non poteva immaginare che sarebbe diventato il suo lavoro, e spesso si rifugiava per la merenda a casa di Delia, la vicina affittacamere, che in tempo di guerra dava rifugio agli ebrei e oggi ospita gli immigrati italiani. C’è una coppia, ora, lui lavora al tunnel e lei in un ristorante. Hanno un figlio che è rimasto in Italia con i nonni, dicono, perché i lavoratori stagionali non possono venire in Svizzera con i bambini, è illegale, se li trovano li portano via. Nicole però non si accontenta delle spiegazioni dei grandi, e un pomeriggio, salendo fin nella soffitta di Delia, scopre che lì nascosto c’è un bambino...

Questo romanzo avrebbe potuto essere un dono. Avrebbe potuto immergerci nelle viscere della montagna, quella montagna che un attimo riempie di regali i tuoi sensi e un attimo dopo ti uccide. Letteralmente. Avrebbe potuto consegnarci un gesto politico importante, comunque la si pensi, ricordarci che gli immigrati siamo stati anche noi, quelli che invadono e rubano il lavoro e puzzano e sporcano. In Svizzera ci vedevano così, forse alcune persone ci vedono così ancora oggi. Avrebbe potuto dipingere per noi i dettagli di questi luoghi, anziché case e soffitte che potrebbero essere ovunque, in qualunque epoca. Non basta specificare l’anno in testa a ogni capitolo per restituirci lo spirito del suo tempo. Avrebbe potuto farci sentire la compressione fisica ed emotiva di chi è costretto a nascondersi, come è realmente accaduto a tanti bambini e bambine. Avrebbe potuto farci patire con lui il buio, le gambe indolenzite, il dover trattenere la pipì quando al piano di sotto c’è qualcuno. Avrebbe potuto farci sentire che quel bambino potevamo essere noi. Questo romanzo, invece, ha preferito scivolare su una superficie liquida per regalare una lettura tranquilla, che delizia ma non penetra, che incuriosisce ma non stritola. Chi è alla ricerca di leggerezza, di fronte a temi così delicati, sicuramente lo apprezzerà.



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