Chiedo scusa

Chiedo scusa
Valter è un cronista di nera con uno spiccato senso dell’umorismo, capace di stemperare anche l’atmosfera più incandescente. Per questo organizzatori di convention di qualsiasi tipo e argomento lo contattano come mediatore, intrattenitore, macchietta spigliata in grado di rendere interessante e divertente anche un convegno sulla riforma giuridica della nautica da diporto. Valter è anche un uomo che non si volta mai indietro per guardare al passato, alle scelte fatte. Perché la sua vita è stata forgiata e temprata dalla malattia, il suo corpo costretto a vivere seguendo sentieri obbligati, rigide prescrizioni, e tutto questo ha influito sul suo carattere, sul lavoro, allontanandolo da tutti, anche dal mare sacro della baia dove i piccoli del clan familiare ricevevano un secondo laico battesimo con un tuffo in acqua, mentre il cerchio dei parenti attendeva che il bambino riemergesse da solo, vittorioso. Ed ecco, il decorso feroce e spietato dell’epatite genera un terremoto, una serie di scosse e onde sussultorie che lo fanno cadere e rotolare a terra, toccare il duro fondo della realtà, fino alla sentenza definitiva: per sopravvivere Valter dovrà subire un trapianto di fegato. Ne scaturisce una prospettiva e una visione nuova del suo futuro, semmai ci sarà, ribaltata e non solo. Quel che segue è un calvario di esami e controlli, di attese e rimorsi per quella vita sconosciuta e finita che potrebbe dare un nuovo inizio alla tua. Un sentimento complicato fatto di sensi di colpa mischiati a speranza e rancore nei confronti di tutto e di niente, racchiusi dentro un cellulare comprato apposta per attendere una chiamata che potrebbe non arrivare mai. E nel mezzo Valter incontra i suoi simili, uomini e donne in attesa di trapianto, infermieri asettici come ferri del mestiere, oppure sensibili come la propria carne aperta e non richiusa. Si tratta di un popolo, quello dei malati, che riceve dei soprannomi legati agli effetti collaterali di un farmaco antirigetto, che se da un lato aiuta il corpo, dall’altro fa schizzare il cervello. I deliri personali servono a dare nomignoli strani ai pazienti, che così sembrano diventare più facili da seguire. C’è chi pensa di dover condurre un esercito in battaglia e verrà perciò chiamato Generale e chi, come Valter, per giorni interi passa il suo tempo a chiedere scusa a qualche spirito invisibile. In sostanza la vita di Valer diventa questo: un “prima”, un “durante”, un “dopo” e un “molto dopo”, perché è vero che tutto quel che accadrà dopo il trapianto dovrà per forza chiamarsi in un modo diverso da quel che c’era prima. Una nuova vita con un punto zero e un nuovo vettore temporale, da gestire, migliorare, rendere vivibile… 
La storia che ci attende dentro questo libro potrebbe essere di per sé angosciante, terribile nella sua seppur spietata realtà: quella dei trapiantati o in attesa di trapianto, quella dei parenti di chi donerà quegli organi che aiuteranno un’altra persona, uno sconosciuto, a vivere e poi rivivere. Eppure Francesco Abate e Saverio Mastrofranco (all’anagrafe Valerio Mastrandrea che così un ammiratore non proprio impeccabile chiamò sbadatamente e diventato oggi uno pseudonimo per incursioni musicali e letterarie), riescono nell’intento di raccontare una storia difficile con leggerezza e ironia, creando figure delicate eppure convincenti. A Valter tocca il terribile compito di portare la croce più grossa ed evidente, e lo fa con dignità e umorismo, senza sfociare mai nel patetico, nello scontato e nella drammaticità più ovvia. Con lui, altre figure sensibili incoronano il libro, portando avanti il carro delicatamente ma inesorabilmente. Le donne qui dentro sono le più forti. Da ogni punto di vista. Sono la spalla sopra cui piangere, sono il conforto e sono la sorpresa e l’esempio che danno il coraggio necessario. Sono quelle che possiedono la forza rinchiusa chiusa dentro ogni organo vitale, sono quelle che ci salveranno e che, come i bambini e i gatti, si riconoscono a distanza, anche se nascoste dentro altri corpi. Dunque Valter detto Chiedo Scusa è il simbolo di una caduta e di una risalita, perché se la vita è spietata e il decorso di una malattia inesorabile e feroce, proprio la consapevolezza degli innumerevoli uomini e donne che quotidianamente si battono per sopravvivere, anche al di fuori degli ospedali, magari sfortunate ragazze venute dall’Est Europa in cerca di futuro e che al loro paese ci faranno ritorno dentro una bara, ci rendono migliori e più forti. Se non altro ci rendono immuni ai nostri mali e più sensibili a quelli degli altri.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER