Chronic City

Chronic City
Un'altra New York. Chase Insteadman vive nella capitale del capitale, ma tifa contro il Dow Jones: è un ex divo bambino delle soap televisive che campa di diritti d'immagine e piccoli lavoretti nel mondo della recitazione, del doppiaggio o dell'arte. Ma il posto speciale nel cuore del pubblico - soprattutto femminile - che ha non deriva dal suo passato o dalla sua indubbia avvenenza, piuttosto dal fatto che è fidanzato da anni con Janice Trumbull, una giovane e bella astronauta che fa parte dell'equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale, ora bloccata in orbita da satelliti-mina cinesi. Chase e Janice da settimane si scambiano messaggi pubblici pieni di passione e romanticismo che la gente divora e i media sfruttano per fare audience, anche se negli ultimi giorni la NASA ha deciso di darci un taglio e la loro liaison sta scivolando inesorabilmente dai titoli di testa dei notiziari ai talk show del mattino: mooolto meglio occuparsi della inafferrabile, gigantesca tigre fuggita da uno zoo che imperversa a Manhattan - e che qualcuno sospetta non sia affatto una tigre. Tra party esclusivi durante i quali flirta con moderazione con aggressive galleriste e disinvolte editor e vernissage mondani il giusto, Chase trascina una quotidianità vacua e noiosa dalla quale sembra uscire solo grazie alll'incontro con due persone speciali. La prima è Perkus Tooth, una specie di critico musicale appassionato di cinema che soffre di una terribile cefalea a grappolo, che lo bombarda di strampalati discorsi filosofici, lo guida alla scoperta di film incompiuti, director's cut e noir d'autore, e lo trascina a mangiare hamburger alle quattro del pomeriggio in un buchetto all'angolo con la Seconda Avenue - il tutto condito da abbondanti dosi di marijuana, che il pusher di Perkus consegna in lucidi tubetti metallici con la scritta Chronic (o a volte Scimmia Kunky, Mirtillo Kush, Ice o altre ancora). La seconda è Oona Laszlo, una giovane magra ed elegante con i capelli a caschetto che fa la ghost-writer scrivendo autobiografie per conto di atleti, attori o musicisti che non saprebbero scriversele da soli...
«Tyger! Tyger! burning bright in the forests of the night, What immortal hand or eye Could frame thy fearful symmetry?», si domandava William Blake nel 1794. Ma la tigre immaginata da Jonathan Lethem - più una metafora avantpop che una bellissima belva assassina - è in agguato in una foresta molto sui generis: una New York alternativa che nel 2008 ha ancora le Twin Towers ma al tempo stesso vede una persistente e misteriosa nebbia gravare sul quartiere degli affari, mentre un inspiegabile profumo di cioccolata ha sostituito la puzza di smog che ogni abitante della metropoli considerava aria di casa. Lo scrittore di Brooklyn torna alla science-fiction, ma lo fa con gusto vezzosamente postmodernista, sfornando un romanzo in cui succede pochissimo, e quel poco di azione che c'è procede a velocità bassissima: le idee invece corrono, le allusioni, i rimandi e le trovate solleticano le sinapsi forzandole a partire per la tangente. Il ritmo della narrazione contribuisce a ingenerare nel lettore un inquietante senso d'attesa, un'angoscia crescente che fa da contraltare all'ipnotica banalità del protagonista e ci accompagna fino al colpo di scena finale. Basato sul canovaccio di un racconto pubblicato un paio di fa nell'antologia The book of other people a cura di Zadie Smith (per ora inedita in Italia), Chronic City è alienazione, solitudine, paranoia: ma tutte stilizzate, estetizzate, pericolosamente glaciali.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER