Ciò che non muore mai

Ciò che non muore mai

Non c’è che dire, la Catalani è proprio una gran civetta. La bellezza, unita alla fama e al talento, può costituire davvero un grosso pericolo. Eppure in quella donna c’è qualche cosa di diverso, di insolito, di unico, e a Fryderyk, acuto com’è, basta letteralmente soltanto un istante per coglierlo in maniera incontrovertibile. Quello che rende quella donna imparagonabile a qualsiasi altra è un peculiare riverbero della sua interiorità. La malinconia. Sì, la malinconia che si legge nei suoi occhi, sdrammatizzati da un neo vezzoso e messo ad arte, e che stride in quel contesto di soave leggerezza da salotto. Una malinconia che è veste del cuore, nutrimento indispensabile per le anime sensibili e speciali, uno stato d’animo da cui il giovane Chopin trae vitale e vivificante ispirazione. “Quanti pensieri è in grado di suscitare dentro di me questa donna. Mi parla con frasi che sembrano volare nel vento, destinate per loro natura a non posarsi su nulla. Eppure il suo sguardo mi implora aiuto, quasi le sue parole avessero il terrore di lasciare intravvedere il suo disperato bisogno d’amare”…

L’arte è immortale, e rende immortali. Fai un figlio, pianta un albero e scrivi un libro, così non morirai mai, diceva Tagore. Anche comporre delle musiche che risuonano per sempre nell’anima delle persone, però, è un modo per non conoscere l’oblio. Tant’è che di Chopin ancora si parla. Ma non solo per il suo estro. Pure, per esempio, per le sue vicende amorose (e anche in merito a questo sentimento, che la Dickinson definì come il tutto di cui sappiamo solo questo, ossia che è ogni cosa, piace agli esseri umani illudersi che sia eterno, che mai muoia), in particolare per il legame con George Sand, colei di cui si sostiene che fosse una tabagista accanitissima e che sapesse scrivere un romanzo in soli cinque giorni: la coppia, ritratta anche da Delacroix, è rimasta nell’immaginario collettivo, avvolta da un’aura di leggenda e insieme di mistero. Alfonso Signorini, che non è nuovo alle incursioni, oltre che nel mondo del giornalismo e della televisione, anche in quelle della narrativa e della musica (basti pensare al fatto che è stato regista di una Turandot, e che ha scritto un libro su Maria Callas, cui Tom Volf ha dedicato il recentissimo documentario passato dalla Festa del Cinema di Roma), dà così alle stampe una nuova biografia romanzata (ma valica il genere, tale è la ricchezza della sua limpidissima e caleidoscopica prosa), in cui mescola con sapienza il documentario all’immaginifico. Narra vite, emozioni e sentimenti senza sentimentalismo né retorica, con appassionante passione e rara meticolosità nella caratterizzazione di ambienti e personaggi, e illustra le mille connessioni, partendo da Chopin ma poi, in realtà, fra le righe, ampliando il discorso, che si fa simbolico, sincretico e sintetico, fra arte ed esistenza.



 

 

 
 
 
 

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