Ci vorrebbe un sassofono

Ci vorrebbe un sassofono

Claudia è al capezzale di Enrico, l’uomo che non vede da due anni anche se sulla carta è ancora suo marito. Giada però, la figlia innamorata del padre e che gliele perdona tutte, l’ha costretta a rimanere bloccata in quella stanza d’ospedale dalla quale vorrebbe solo scappare e mandare tutto al diavolo. Per paura però di spezzare il filo con lei si piega alle sue richieste. Quel dolore non è suo, quella pietà non la vuole, quell’odore di morte lo sente come una condanna che non merita. Ha solo la magia del sassofono color oro e i tasti d’argento che sentiva nei 33 giri del padre che con il suo suono riuscirebbe a portarla via, lontano da lì, a trasformare quella stanza d’ospedale in un prato verde. È un’ingiustizia quella che la costringe ad accudire un uomo che vorrebbe solo vedere morto dopo tutto il male che le ha fatto e l’arroganza da padrone con cui l’ha trattata. Mentre è lì, Claudia ripercorre la sua vita di quando, ancora incinta di Giada in preda a forti dolori, Enrico la lasciò in ospedale con la scusa di un’urgenza che poi si rivelò essere solo una partita di calcetto e di quando cinque anni prima, al capezzale del padre in coma, tornata a casa dopo aver assistito alla morte dell’uomo, trovò il marito nel loro letto con una donna. E mentre il tempo passa scandito dal rumore dei carrelli dei medicinali, della biancheria, delle colazioni Claudia fa i conti con la sua rabbia e i ricordi belli di suo padre che porgeva il braccio alla madre e della stessa che accoglieva il marito con due gocce di profumo. Ma anche quelle sono storie intrise di ipocrisia e Claudia si chiede cosa sarebbe diventata se avesse fatto altre scelte, se avesse amato un altro uomo…

Con questo monologo interiore della protagonista, carico di rabbia inespressa e consapevolezze, Pino Roveredo ci consegna questo romanzo duro, crudo e doloroso. Violenza fisica e violenza psicologica sono i leit-motiv del racconto. Violenze di cui sono spesso responsabili i maschi abituati a credere di loro proprietà i corpi delle donne. In un’intervista Roveredo ha affermato di aver scritto questo libro dopo aver fatto sua una frase scritta da una donna che asseriva sicura che “non si esce dalla violenza sulle donne finché gli uomini rimangono in silenzio”. L’autore si definisce un’autista di parole e non uno scrittore poiché raccoglie le storie altrui e le porta sulla carta. Dopo il suo esordio nel 1996 con Capriole in salita, scritto quando ancora lavorava come operaio, è diventato autore di una ventina di libri e nel 2005 ha vinto il Premio Campiello con il romanzo Mandami a dire.



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