Ciao

Ciao

All’inizio era “schiavo”: ci si congedava informando l’interlocutore di essere il suo servo umilissimo, accompagnando le parole con gesti studiati della mano o anche baci. Già dal 1500, Monsignor Della Casa nel suo celebre compendio di buoni comportamenti, ne parlava sottolineando l’importanza di tale saluto per accomiatarsi. “Servo vostro e umilissimo” divenne un modo così affettato di salutare che si arriverà alla nascita di vere e proprie congreghe di detrattori. Pietro Verri si scagliava contro quell’abitudine malsana, trovandola alquanto eccessiva in un’epoca in cui dirsi schiavi altrui era quasi offensivo, Francesco Albergati Capacelli, “vilissimo” e inutilmente confidenziale. Da quello “schiavo” però, attraverso le vie dei dialetti del Nord Italia, si raggiunge s’ciavo, s’ciao e ciavo fino ad arrivare a quel saluto universale che gli stranieri conoscono, utilizzano e amano. La lingua italiana evolve, ma ciao rimane lo stesso, a volte lasciando il passo ad effimeri tentativi giovanilistici di modernità (vedi “bella” o “ciaone”) ma poi torna prepotente a farla da padrone all’inizio o alla fine di incontri e conversazioni amichevoli. A fine Ottocento ci si salutava tra viaggiatori esattamente come adesso fanno gli adolescenti fuori le fermate della metropolitana. Verga lo riporta in alcune sue opere, considerandolo un vezzo elegante importato dal nord, dando testimonianza di un uso ormai radicato. Le canzoni lo celebrano (non basta solo pensare a Bella ciao o Ciao, amore, ciao di Tenco), il cinema lo prende in prestito per alcuni suoi titoli, la letteratura ormai lo ha assorbito…

Dedicare un intero saggio a una delle più famose parole italiane al mondo sembrerebbe azzardato: invece, leggendo questo interessante volume di Nicola De Blasi si rimane affascinati dalla storia esistente dietro quelle semplici quattro lettere. L’excursus storico di Ciao è pieno di sorprese. Scoprire, ad esempio, le opinioni in merito di alcuni dei più importanti scrittori della letteratura italiana è interessante, tanto quanto rendersi conto che in un paio di secoli fa il ciao era visto come un saluto per una certa classe sociale e una certa area linguistica. In molti dizionari del 1800, infatti, era registrato come voce di derivazione lombarda o veneta e con etimologia poco chiara; per alcuni autori era persino esempio di “corrotta italianità”, inserendolo in un contesto di neologismi che andavano dimenticati. Nel suo Dizionario moderno del 1905, invece, il grande linguista di Senigallia, Panzini, lo glossa sì come “dialettale” ma dandogli quella possibilità d’uso che in passato molti non sembravano disposti a concedergli. Per un lungo periodo per molti “ciao” portava un’uniforme, legato com’era alle canzoni di guerra, in cui si salutava spesso la propria amata non sapendo con certezza se si avrebbe avuto l’occasione di rivederla. Un bersagliere e la sua dolce “morettina” sono i protagonisti a fine Ottocento della prima canzonetta con un titolo inequivocabile: Ciao, ciao, ciao… qualche decennio più tardi Ernesto Murolo riporterà la stessa scena a Napoli dopo la guerra di Libia, e il ciao si unisce all’addio in una poesia indimenticabile.



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