Cinacittà

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Roma è una città rimasta senza romani. Per Via Veneto corrono risciò e anziani cinesi in canottiera bianca, davanti ai vecchi baluardi della mondanità capitolina. La Dolce Vita è un ricordo lontano, una frase sbiadita su un muro che nessuno si cura di leggere. In quell’anno senza inverno l’afa attanaglia le rovine e i palazzi storici, gli abitanti di un tempo si sono trasferiti altrove, lasciando il posto ai cinesi che pullulano le strade e i quartieri del centro o della periferia come nuovi padroni assoluti della ormai leggendaria Città Eterna. Gli euro non esistono più, sostituiti dai “globi”, il cui valore sembra fluttuare come gli umori dai tombini e dai marciapiedi. Tra i pochi sopravvissuti all’ondata cinese c’è un uomo abulico e poco socievole, che per pochi globi abita nell'Hotel Excelsior ridotto a sito di archeologia industriale. Si trascina in una società globalizzata alla quale non riesce ad abituarsi. Una società in cui non ha più amici, trasferiti al Nord, sia Italia che Europa, né certezze. Può fare affidamento soltanto sul colto Signor Wang, potente uomo d’affari che nasconde non pochi segreti. Dalla sera in cui viene trovato dormiente su un letto ricoperto di sangue accanto al corpo senza vita di una prostituta la sua nuova residenza diventa Regina Coeli, carcere di massima sicurezza che potrebbe tranquillamente trovarsi a Shanghai. A dargli una mano a navigare nel nuovo sistema giuridico dai tratti orientali, ci pensa l’avvocato Trevi, un figlio dei fiori poco avvezzo alla doccia, che cercherà di fargli scontare la pena minima possibile…

Si potrebbe definire il romanzo di Tommaso Pincio, in maniera alquanto sbrigativa, distopico. La situazione presentata è inquietante, e ci si augura che non diventi mai realtà, ma ha un che di familiare, quasi prossimo, soprattutto per tutti coloro che vivono nella Capitale. L’autore sembra rispondere alla paura degli “xenofobi della strada” che affollano i dibattiti televisivi paventando un avvenire senza più italiani. La Cinacittà descritta ha anche nel nome un legame con una delle principali industrie mondiali di finzione cinematografica e con la grande presenza del popolo cinese nello scenario della globalizzazione mondiale. Roma è il luogo perfetto per ambientare una storia del genere, perché, come si legge nell’epigrafe, è la città delle illusioni, ma anche il posto ideale per attendere la fine del mondo. Nulla cambia all’ombra del Colosseo, ma cambia costantemente chi vi abita. A ben guardare, infatti, chi è più romano adesso di un cinese di Piazza VIttorio? Pincio, oltre a saper utilizzare bene la parola, ha una grande capacità nell’incuriosire il lettore, tenendolo aggrappato alle pagine in cerca della chiave per comprendere quello che a tutti gli effetti è un thriller. Oltre all’ironia su cui si fonda tutta la narrazione, sono godibilissime le analisi puntuali fatte su alcuni aspetti della romanità, dalla “sublime ignoranza” che porta i romani a pensare di sapere tutto senza in realtà averne diritto, alla natura caciarona, da vero “troiaio”, di Roma, che l’autore si permette di mettere sotto esame dal punto di vista privilegiato di un futuro prossimo. Bella la copertina del libro, opera dello stesso Pincio.



 

 

 
 
 
 

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