Cinema à la carte

Cinema à la carte

La Settima arte nasce pasteggiando. Alimentando un neonato, come neonata – in fondo – era lei stessa. E da allora non ha mai più smesso. A dimostrarlo sta una sterminata moltitudine di pellicole, eterogeneo universo di opere nelle quali si assiste a pranzi di varia natura o vocazione. In ricorrenze tradizionali o quotidianità. Sul grande schermo, insomma, si mangia in mille modi e mille maniere e i pasti attraversano i vari generi cinematografici. Per rendersene conto è sufficiente notare in quanti di essi, anche fra quelli di recente programmazione, si vedono i protagonisti a tavola. In cucina. O alle prese con menu da ordinare, preparare o già pronti. Esigenza primaria di ogni forma umana e animale, il cibo accompagna il cinema fin dagli albori e ne scandisce e immortala i primi vagiti. Non solo. Lo fa proprio con le sembianze di un neonato. È il 28 dicembre 1895. I fratelli Lumière hanno appena trovato il sistema di girare un film alla velocità di sedici fotogrammi al secondo contro i quarantasei di Edison. A Parigi proiettano in pubblico dieci filmati di un minuto ciascuno, in uno spettacolo di mezz’ora scarsa, per il quale gli spettatori pagano un franco. Uno dei soggetti mostrati nell’occasione s’intitola Le repas de bébé e inquadra Auguste Lumière e sua moglie nell’atto di dar da mangiare al loro piccolo sul seggiolone. La platea non rimane colpita dal pasto del bambino – aspetto quotidiano scontato – ma dalle foglie mosse dal vento, alle spalle dei tre protagonisti, ripresi frontalmente e in primo piano. A prevalere nei sensi di chi guarda è il particolare che connota il tempo. Le fronde agitate danno l’impressione incontrovertibile che quella colazione si sia svolta davvero. In quel preciso istante. E la realtà di quanto girato e visto sia rispettata…

Organizzato come un vero e proprio ricco menù, dalle portate di apertura fino alla degna conclusione del convivio, che sin dai tempi di Dante – e ancora prima… ‒ è metafora di incontro, scambio e nutrimento per lo spirito, il saggio, un utilissimo strumento di studio e consultazione, attraversa l’intera vicenda internazionale del cinema partendo, è proprio il caso di dirlo, dai suoi albori. L’autore è Stefano Giani, tra le altre cose esperto e preparato quotidianista per “Il Giornale” – nonché dottore in Lettere, Scienze storiche e Documentazione storica all’Università degli Studi di Milano, dove svolge attività di ricerca e didattica presso la cattedra di Storia sociale dello spettacolo, occupandosi di teatro e soprattutto di musica e cinema, autore di Dittatori al cinema e di una tesi magistrale e un articolo a carattere scientifico sulla sceneggiatura originale de Il grande dittatore di Chaplin, da lui per primo rinvenuta. Prendendo spunto, con ogni evidenza, da una propria autentica esigenza conoscitiva, ovvero approfondire i legami a livello narrativo, sociale, simbolico e culturale fra cibo, cinema e storia, e trovando la più soddisfacente delle risposte in una ricerca curata fin nei dettagli più piccoli che lo ha portato a scrivere in prima persona il testo che cercava, Giani dà vita a un volume dotto e insieme piacevolissimo a leggersi, dal linguaggio chiarissimo e preciso, brillante e analitico, accademico ma mai cattedratico, che non si configura soltanto come un elenco, una raccolta di aneddoti e di fotogrammi (bellissime le immagini, che hanno ‒ mi si consenta, in questa peculiare situazione, il gioco di parole – il sapore del documentario), ma anche, anzi, soprattutto come una originale esegesi critica. Della storia del costume, degli usi, delle tradizioni, del racconto dell’evoluzione della rappresentazione del quotidiano, delle abitudini, di quel che siamo e, nel corso del tempo, siamo diventati.



 

 

 

 
 
 
 

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