Cioccolato amaro

Cioccolato amaro
Cioccolata: oggetto del desiderio di adulti e bambini golosi, vera o presunta panacea per carenze affettive, addirittura rimedio vagheggiato per partner dalla scarsa libido. Sembra strano che una pietanza tanto invitante celi un mistero a dir poco agghiacciante; non molti, infatti, sanno che fin dall’arrivo dei conquistadores nel nuovo continente la sua storia è sinonimo di schiavitù e oppressione. Con la distruzione della civiltà autoctona da parte degli spagnoli, i semi di cacao, tra i pochi oggetti di valore superstiti, assurgono a simbolo della forzata commistione tra cultura, usi e costumi di colonizzatori e colonizzati, tramutandosi, con l’aggiunta di ingredienti del tutto “occidentali”, nel cioccolato che tutti adoriamo. Elemento fondante dei traffici commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, non tarda a diventare anche un alimento base della dieta spagnola e ispanoamericana, per poi diffondersi a macchia d’olio in tutta l’Europa: il mercato cresce a dismisura e l’incessante richiesta di manodopera a bassissimo costo viene arginata dalla tratta degli schiavi africani, la pagina più ignominiosa della storia del colonialismo. Tutto questo mentre l’elìte europea si diletta in sfiziosi banchetti a base di cioccolato; ma la costante antitesi tra sapore idilliaco e condizioni disumane di lavorazione si protrae nel tempo, manifestandosi ancora durante gli anni grigi della rivoluzione industriale, in cui neppure gli operai in lotta per i loro diritti badano a coloro che forniscono alle loro industrie materie prime. I colonizzati sono già ridotti a un ruolo marginale, secondario, finchè a dar voce alle loro istanze non arriva il giornalismo d’investigazione. È l’inglese Henry Wood Nevinson il primo a denunciare i costanti soprusi dei lavoratori nelle piantagioni di cacao sia del Sud America che dell’Africa Equatoriale; siamo agli albori del Novecento e l’abolizione formale della schiavitù, nel 1845, non impedisce la tratta di operai mistificata da contratti ingannevoli. Cambiano i magnati dell’industria ma non cambiano le pressoché nulle condizioni igieniche dei luoghi di produzione, lo sfruttamento di operai non pagati e costretti a subire violenze fisiche inaudite; altra voce fuori dal coro è Abdoulaye Macko, console del Mali in Costa d’Avorio, il quale intraprende una lotta contro il lavoro minorile, riuscendo a rimandare in patria molti bambini resi schiavi nelle piantagioni di cacao, nonostante la maggior parte di loro non sia sopravvissuta a torture e angherie. Il giornalismo d’investigazione continua le sue battaglie per mano di Brain Woods e Kate Blewett, in prima linea con reportages sui “bambini schiavi”, e, successivamente, con il lavoro di Guy-Andrè Kieffer, “l’uomo che sapeva troppo”, e che ha pagato con la vita la sua ossessione per la verità…
Carol Off, giornalista canadese, vanta un lungo curriculum di inchieste importanti, sia in ambito nazionale che internazionale, e ha affrontato sempre tematiche delicate, come il conflitto mediorientale, la ricostruzione post-bellica dei balcani e l’estremismo religioso. In questo saggio si dedica a un’altra spinosa questione in cui interessi economici si intrecciano a corruzione e violazione dei diritti umani; in particolare, atto di grande coraggio è la sua presa di posizione nei confronti del governo ivoriano per quanto riguarda la scomparsa del suo collega Kieffer. Appassionante è anche l’excursus storico sulla nascita e la diffusione del cacao, in cui la giornalista mette in luce gli aspetti vergognosi del colonialismo europeo, responsabile della divaricazione mondiale tra ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori; una sperequazione ben esemplificata dalle tesi portate avanti nel libro, basti pensare al “divario tra chi raccoglie cacao nelle piantagioni e chi scarta uno snack al cioccolato”.

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