Cioccolato o vaniglia

1961: dopo aver trascorso la prima infanzia a New York City, nel Bronx, sotto la tutela di Mrs Littell, da cinque anni Caverly Stringer e suo fratello Wayne vivono stabilmente con la madre - ora nelle condizioni di prendere i figli con sé, con l’ausilio della previdenza sociale - a Mamoreneck, nella Contea di Westchester. Qui Caverly stringe amicizie con coetanei neri come lui e bianchi, e frequenta le elementari con esiti discontinui. Talvolta, infatti, viene invaso da una rabbia talmente forte da spingerlo a gesti inconsulti che minano il suo profitto scolastico. Accade, per esempio, che alla recita di primavera, mentre gli altri allievi intonano antichi spiritual degli schiavi neri, Caverly, provocato da un compagno, finisca con il tirare il suo stivale di gomma addosso a uno degli insegnanti, reo ai suoi occhi di non aver preso abbastanza le sue parti. Questo gesto di insubordinazione fa sì che il ragazzino a circa dieci anni - su disposizione del Tribunale dei minori - venga spedito alla Hawthorne Cedar Knolls School, un esclusivo istituto che si occupa di ragazzi difficili. In questo immenso campus suddiviso in villini numerati dove i giovani utenti vengono smistati per fasce d’età Caverly si confronta con gli “statali”, ragazzini che, come lui, sono lì grazie al sostegno della pubblica assistenza, ma soprattutto con i “privati”, rampolli di benestanti famiglie wasp, di provenienza cittadina, che rappresentano la maggioranza degli ospiti dell’istituto. Catapultato in una realtà completamente diversa, rigidamente scandita da levatacce, ispezioni, lezioni, attività fisiche etc., sotto la sorveglianza di un’opprimente pletora di burocrati della rieducazione (insegnanti tutori, guardiani, consiglieri, psicologi, assistenti sociali), Caverly fatica a essere accettato per diffidenze sia di natura razziale sia di classe. Non mancano, dunque, ulteriori esplosioni di rabbia che lo lasciano in uno stato di prostrazione fisica tale da giustificare l’”ebbrezza” di un ricovero in un reparto di psichiatria che si risolve con un nulla di fatto. Al di là della durezza iniziale e dei fisiologici alti e bassi umorali, nei due anni alla Hawthorne Cedar Knolls, Caverly riuscirà a instaurare relazioni significative (Mrs Mendelsohn, Steve, Arty) e individuerà gradualmente dentro di sé talenti artistici contagiosi (la scrittura, la poesia, il disegno, il canto), che si riveleranno fondamentali per esprimere un insospettabile “potenziale per la leadership”. La Sleepaway School (così l’autore si riferisce alla Hawthorne Cedar Knolls nel titolo originale del romanzo) riconsegnerà al mondo un Caverly cresciuto e arricchito di una maggiore consapevolezza di sé e degli altri...
Per buona parte dei suoi 12 anni da senza tetto nella Grand Central Station di New York, Lee Stringer è dipendente dal crack, ma non perde mai l’interesse per la scrittura: se da liceale frequenta dei corsi di creative writing, da adulto collabora come redattore e correttore a Street News, un giornale di clochard. La passione per la parola scritta si traduce in un salvifico attaccamento alla vita, che lo porta alla disintossicazione. Gli anni della maturità - con le loro cadute e ascensioni - finiscono così per rispecchiare quelli della prima giovinezza. Dietro il cinquantasettenne Lee Stringer, infatti, c’è il bambino Caverly, e Cioccolato o vaniglia è la splendida narrazione in soggettiva del suo passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Discostandosi decisamente dall’ennesimo “misery memoir”, l’autore descrive la sua double jeopardy (la doppia discriminazione causata dalla barriera razziale e da quella di classe) non indulgendo affatto all’enfasi, piuttosto evidenziandone il carattere di sprone e pungolo su una personalità in formazione. Il tono asciutto del romanzo è assicurato dallo stile narrativo: il ricorso sistematico ai flashback, i dialoghi frequenti e ben calibrati, le frasi brevi realizzano una vivacità scrittoria in cui introspezione e vena comica sono equamente ripartiti. Il romanzo è percorso da esplicite suggestioni cinematografiche (La città dei ragazzi di Norman Taurog, 1938), ed è certamente debitore per motivi letterari a quel caposaldo della letteratura afroamericana che è L’uomo invisibile di Ralph Eleison, pubblicato in USA nel 1952. Raccontando le tappe dell’iniziazione di un ragazzo di colore alla ricerca della propria identità nell’America dei bianchi, Ellison si serve della metafora dell’invisibilità, come impossibilità del nero a definirsi davanti agli altri e a se stesso. Cenni in tal senso punteggiano efficacemente anche il memoir di Stringer («La gente vedrà il mio nome. Diventerò uno che conta. Finalmente sarò visibile» «C’è il rumore del mio respiro. A rassicurarmi che, in questo momento, io sono qui. Nel mio letto. Al primo piano del villino cinque. Ma è una certezza che non dura a lungo. Se smetto di fare un inventario consapevole, torno a dissolvermi nel nulla. Torno invisibile»). Così come Ellison, pure Stringer rifugge il codice del vittimismo, convinto della necessità etica di reagire quando, attorno, gli altri non hanno occhi per vederci.

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