Circe

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“Nacqui quando ancora non esisteva nome per ciò che ero. Mi chiamarono ninfa, presumendo che sarei stata come mia madre, le zie e le migliaia di cugine”. Dee minori dai poteri modesti, il loro nome racchiude il senso della loro immortale esistenza, poiché ninfa significa dea ma anche sposa. Sua madre è Perseide, una delle naiadi figlie di Oceano, “guardiana di fiumi e sorgenti”; nel meraviglioso palazzo del Titano signore delle acque, suo cugino Elios, luminoso come bronzo appena forgiato, era spesso ospite e lì l’aveva vista, quindi col permesso di Oceano le si era avvicinato. Ma lei gli aveva detto: “Nozze o niente. E se sarà matrimonio, questo è il patto: sul campo puoi avere tutte le ragazze che vuoi, ma a casa non ne porterai nessuna, poiché io sola sarò signora della tua dimora”. Per Elios, abituato a prendersi tutto quello che voleva, era stata una novità che lo aveva intrigato. Le nozze ci furono, poi nacque lei, Circe, prima di quattro figli. A Elios non dispiacque che fosse femmina, “Farà un matrimonio propizio” disse. Ma disse anche che non avrebbe ambìto certo ad un figlio di Zeus, il signore degli Olimpi, coloro che avevano sottratto il potere alla loro stirpe, i Titani, nonostante le lotte e gli intrighi continui per mantenere il precario equilibrio raggiunto dopo le aspre contese. Era stato subito evidente che Circe non avesse ereditato la bellezza di sua madre. “Vieni – disse Elios – generiamone una migliore”. Così lei ha trascorso l’infanzia disprezzata da sua madre, presa in giro dai fratelli, e a elemosinare l’amore e le attenzioni di suo padre sedendo come una bestiola fedele ai suoi piedi quando la sera poneva termine al giorno scandendo dal suo carro luminoso per riposare sul suo scranno con una coppa tra le mani. Di quei giorni Circe ha serbato un segreto, aver dato da bere di nascosto a Prometeo, il Titano ribelle che aveva osato donare il fuoco ai mortali, mentre in catene nella reggia di Elios attendeva la terribile punizione di Zeus. Quell’episodio l’aveva turbata molto. Perché un immortale aveva sfidato i suoi simili per aiutare i mortali? “Lui si era consegnato e non aveva cercato di discolparsi”. Come erano questi mortali? Quando ne ha conosciuto uno, Glauco, Circe ha provato prima curiosità e poi emozioni che l’hanno spinta a seguire un istinto sconosciuto giunto dal profondo del suo essere pur di renderlo immortale come lei. Non ha capito bene nemmeno come sia successo. Ma Glauco le ha insegnato poi che i mortali sanno essere infidi quanto gli dei e le ha preferito la bellissima Scilla. Allora quell’istinto profondo e sconosciuto le ha suggerito altri gesti e altre parole terribili per punirla e Scilla si è trasformata in un terribile mostro marino. Ma Elios e Zeus in quel momento hanno scoperto il suo potere, che però non è accettabile perché può cambiare l’ordine delle cose. La decisione del signore dell’Olimpo è durissima, esilio in solitudine nell’isola di Eea. Soltanto lì, nel tempo, tra gli animali e la natura selvatica Circe comprenderà davvero i suoi poteri e anche quella parola con la quale l’ha definita suo fratello Eete, l’ultima volta che l’ha visto, una parola che lei non conosceva, che nessuno conosceva allora: Pharmakis, Maga. E capirà anche che “la pharmakeia non sottostà ai consueti vincoli degli dei” e che per questo loro la temono…

“Circe dai riccioli belli, dea tremenda con voce umana”. Così Omero (Odissea, X, 136) descrive la maga che vive da sola sull’isola Eea che ospita Odisseo e i suoi compagni di ritorno dalla guerra di Troia; se l’eroe è destinato a dividere il letto con lei e a generare un figlio (o più, secondo le diverse versioni del mito), come è noto ai suoi compagni toccherà il porcile, dopo essere stati trasformati in maiali dai suoi potenti incantesimi. Madeline Miller – già autrice del successo internazionale, suo romanzo d’esordio, La canzone di Achille ispirato all’Iliade, che celebra l’amicizia tra il Pelide e Patroclo – “costruisce un grande romanzo attraverso i frammenti che l’antichità ci ha lasciato, valorizzando le fonti classiche finora trascurate”, come in maniera perfetta ha scritto “The Guardian”. Dottorato in Lettere Classiche alla Brown University e insegnante di drammaturgia e adattamento teatrale dei testi antichi a Yale, la Miller ha davvero la capacità di raccontare come fosse una storia moderna quanto in maniera frammentaria conosciamo di Circe dalle fonti antiche da Omero, ovviamente, ad Apollodoro, a Erodoto, ad Apollonio Rodio fino a Igino, donando alla terribile signora degli incantesimi fattezze da donna appassionata e innamorata, madre amorevole, figlia e sorella privata di legittimo amore, e colmando le lacune con la delicatezza da narratrice ma senza invadenza. La Circe della Miller è una donna forte che non si piega davanti a nessuno, mortale o superno, ma capace ad ogni caduta di rialzarsi e di fortificarsi, anche quando questo significa scegliere – o subire – la solitudine. È intelligente, non bella come sua madre e le sue sorelle, tranne che per gli occhi luminosi eredità della luce che emana suo padre Elios, ha una voce che alle orecchie degli dei è sgradevole perché assomiglia a quella degli uomini, “una dea che parla come un mortale” dice Omero. Degli uomini possiede anche i sentimenti ai quali spesso di abbandona, primo fra tutti l’amore in tutte le sue sfaccettature, che quasi sempre è fonte di dolore e, peggio, di delusione. In questo romanzo ci sono anche gli dei, naturalmente, spietati infingardi capricciosi vendicativi; e ci sono gli eroi che mostrano il loro lato peggiore e che di eroico hanno poco, a cominciare da Odisseo. C’è un mondo popolato da mostri, ci sono elementi naturali potenti, ci sono le storie di Omero, ma allo stesso tempo c’è tanto altro, tanto di diverso. Circe è una maga – ma, attenzione, è utile ricordare che ai tempi di Omero il termine “maga” era sconosciuto e sarà introdotto più tardi da Erodoto in tutt’altro contesto – e sa usare i suoi Pharmaka per addomesticare le bestie e fare incantesimi. Ma è prima di tutto una donna che rivendica per sé la sua vita e le sue scelte, libera da vincoli imposti dalla nascita, dalle circostanze, dagli altri. Per questo alcuni hanno inteso questo personaggio, che cresce soprattutto in consapevolezza fino ad impedire a chiunque di sopraffarla, come femminista. In realtà questo è un romanzo che semplicemente dà ad un personaggio, che è soltanto un piccolo capitolo di una grande e notissima storia, una voce propria, una dimensione e una narrazione personale attraverso uno sguardo intimistico donato dalla sensibilità dell’autrice. Una storia epica e intima ad un tempo, ha scritto benissimo “The New York Times”. Questa Circe, donna moderna e passionale, compie un percorso che parrebbe sminuirne la nobiltà e invece serve ad esaltare la dimensione umana come ambìta meta di vera completezza, assai più di quella divina e immortale; parrebbe quasi una sorta di morale per il lettore moderno. Stile elegante e scorrevole, linguaggio semplice e appassionato, Circe non ha il guizzo tragico e meraviglioso de La casa dei nomi di Colm Tóibín o la lirica delicata de La Splendente di Cesare Sinatti, per restare nell’ambito di libri che hanno riproposto di recente il mondo classico, ciascuno con una sua voce originale; è qualcosa di assai più semplice che pure ha l’incanto di un racconto antico e la voce intrigante destinata ad un giovane lettore moderno. Vincitore del Goodreads Choice Awards 2018 (bizzarramente nella categoria Fantasy), Circe è certamente destinato a bissare il successo del suo fratello maggiore.



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