Cirkus Columbia

Cirkus Columbia

Quando nell’estate del 1991 Divko Butnic ritorna nel suo paesino della Bosnia, dopo 25 anni trascorsi all’estero a lavorare, tutto il paese sa che stanno per iniziare i guai. E Divko non torna da solo: con lui ci sono Azra, la nuova moglie molto più giovane di lui, una Mercedes bianca, un bel gruzzolo di marchi e Bonny, il gattone nero che Divko ama più di chiunque sulla terra. Non c’è nessuno ad aspettarlo, anche se in paese ci sono Lucija, la sua ex moglie, e Martin, suo figlio. Divko torna per godersi la sua meritata pensione, dopo anni vissuti da operaio all’estero: torna alle sue origini, torna come il padrone del paese e lo sarà ancora di più dopo che avrà messo una ricompensa da dare a chiunque sarà in grado di riportargli l’adorato Bonny, fuggito dalla finestra del bagno. Intanto passa l’estate, arrivano le prime notizie della guerra. Martin e Azra si scoprono amanti, ma è troppo tardi perché è tempo di partire, non solo per il conflitto in atto. Dal suo esilio lontano dalla Bosnia, Martin potrà crescere accompagnato dalle parole che il vecchio Leon, ex sindaco comunista e partigiano del suo paese, scambierà con lui in lettere sempre più confidenziali. Aprile 1998: Martin è ormai lontano in Canada, la guerra è finita ed ha portato via tutto, gli abitanti del paesino hanno voglia di divertirsi dopo anni di sofferenze che ne hanno cancellato qualunque tipo di piacere. C’è una piccola giostra e tocca proprio a Divko, il padrone della città, dare a tutti il segnale che si può ricominciare; con un mazzetto di banconote, sale sulla giostra e ci resterà fino a quando non finiranno i soldi. Per alcuni è impazzito, per altri questa è la normalità. Nel mezzo c’è la vita…

Il romanzo di Ivica Dikić ripercorre gli ultimi giorni di ricchezza della ex Jugoslavia prima dell’inizio della guerra che ne segnerà la fine: i personaggi sono vinti e vincitori con una forte personalità ed una grande dignità umana, che va oltre questioni etniche e religiose. Le relazioni sono fatte di sangue e affetti: anche se nell’intenzione dell’autore non c’è la voglia di raccontare la guerra, il forte legame fra Martin, suo padre ed il sindaco Leon, dunque tre generazioni di differenza, è il segno di un passaggio di testimone da chi ha combattuto contro le truppe naziste e al fianco dei comunisti, a chi ha cercato fortuna all’estero e chi invece è costretto a lasciare la sua patria perché vittima di una guerra ingiusta. Non è però un romanzo solo al maschile, benché le figure principali lo siano: le due donne, Lucija ed Azra, riescono a ritagliarsi in un modo (la famiglia e la tradizione) o nell’altro (l’irresponsabile protezione del giovane amante) un ruolo importante al fianco di uomini sempre fragili. Scritto in modo grottesco e surreale, come nella più genuina tradizione delle giovani generazioni che hanno vissuto la tragedia della guerra dei Balcani, il libro di Dikic ci conquista anche per la sua voluta circolarità di punti di vista. Dopo il capitolo iniziale incentrato impersonalmente su Divko e la sua famiglia allargata, Dikic ci porta nel diario di Janko Ivanda, il vicino di casa che ritrova Bonny e dal suo angolino sa dell’amore fra Azra e Martin, quindi nell’epistolario di Martin, per calare infine di nuovo nel paesino di Divko e nei suoi ultimi giorni. Non è un libro geniale, ma sicuramente un libro da gustare per arricchirsi di umanità.



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