Città d'ombra

Città d'ombra
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“La vita comincia da qualche parte con il profumo della lavanda”. L'odore e la fragranza di quel dopobarba alla lavanda che avvolge le narici del giovane e inebriato André ogni mattina mentre osserva incantato il padre durante il rito della rasatura prima e della vestizione poi, sono rimasti talmente indelebili nella sua memoria da farsi immediatamente ricordo e nostalgia. Un ricordo così presente nella mente di André da trasformarsi negli anni a venire in un mantra, in una ricerca quasi ossessiva da riprodurre e traslare nel tempo. Ed infatti mezzo secolo dopo, quando il piccolo André è oramai diventato un uomo, il ricordo di quella fragranza alla lavanda torna prepotentemente ad affacciarglisi alla memoria ogni qual volta apre e annusa uno dei tanti dopobarba che negli anni ha imparato a collezionare e ad amare. Ed in ognuno di essi può rituffarsi per rivivere e perdersi dietro la nostalgia di uno qualsiasi degli Andrè che è stato in passato. Ognuna di quelle fragranze è capace di risvegliargli un suo precedente e passato io. Come quello che abitava in via Clelia, a Roma, per esempio. Proprio come l'aroma del dopobarba paterno, anche le vie, i profumi, le strade di quella via gli sono rimaste appiccicate indelebilmente addosso. E anni dopo la giovinezza, quando vi ritorna con moglie e figli, André prova a ripercorrere e a ricreare nella sua mente, quegli itinerari della memoria capaci di solleticargli i sensi affollati di ricordi. Come la ragazza del minuscolo supermercato in fondo alla lurida via Clelia, capace di acuirgli quella insopportabile timidezza che da ragazzo si trascinava dietro come un fagotto, ben oltre la soglia della sopportazione. Finché un giorno, nel consegnarle i soliti sacchetti con i resi delle bottiglie vuote, l'indice della ragazza non finisce per sfiorare il suo avambraccio nudo, con una dolcezza e lentezza infinita...
André Aciman, “caso” letterario del 2009 con il romanzo Chiamami col tuo nome, torna in libreria con un romanzo sulla memoria, sulla nostalgia e la perdita dei luoghi, sul potere dei ricordi e sull'identità. Esule egli stesso dopo una vita trascorsa in giro per il mondo – è nato ad Alessandria d'Egitto da una famiglia ebrea, che proprio per sfuggire alle persecuzioni si trasferisce presto a Roma, che lascia però a sua volta solo quattro anni dopo, a favore di New York - Aciman affronta nel suo romanzo un viaggio nel tempo attraverso i luoghi che hanno forgiato la sua esistenza. E così il lettore si trova a navigare tra le vie polverose di un'Alessandria dai cui ricordi viene precocemente strappato, ai vicoli, gli angoli, gli anfratti di una Roma prima odiata poi pian piano svelata e amata, oppure per le strade di una raffinata e piovosa Parigi, quella delle opere d'arte di Baudelaire, di Monet, evocata dai ricordi del padre, o tra le affollate e movimentate avenue newyorchesi, dove lo scrittore conclude apparentemente il suo peregrinare. Perché in realtà Aciman è un esule capace di trovare casa, dignità e cittadinanza in ogni angolo del mondo, e contemporaneamente di trasformare tutte le città in città d'ombra, grazie ad un filtro, quello dell'illusione. “[…] «Se vuoi sopravvivere, devi inventare un’immagine da sovrapporre a ciò che hai davanti. Tomasi di Lampedusa mi fece innamorare di Roma. Vidi al Gattopardo a Parigi, e per un motivo ignoto sentii nostalgia per questa città che non avevo mai saputo di amare». Solo così riesci a dare all'affresco finale infatti quella vitalità, quelle tonalità di colori, di suoni capaci immediatamente di evocare malinconici e nostalgici ricordi verso posti che forse si riesce ad amare così tanto, solo nella recondita certezza di non rivederli mai più.

 

 

 

 
 
 
 
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