Città sommersa

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Il padre di Marta, Leonardo Barone, è morto di cancro al fegato. Per la figlia, quell’uomo era sempre stato un’entità inspiegabile e sfuggente: sapeva che veniva dal Gargano, che aveva studiato Medicina a Roma e che aveva conseguito due ulteriori lauree in Giurisprudenza e in Psicologia, che era già stato sposato prima di stare con sua madre e che aveva la rara capacità di farsi adorare da tutti; ma questi aspetti della sua vita le erano sempre parsi sconnessi e poco chiari. Leonardo parlava poco della sua vita precedente con la figlia. Dopo due anni dalla sua morte, Marta decide di lasciare Torino per trasferirsi a Milano. Prima di partire, sua madre rinviene casualmente le carte di un processo in cui suo padre era stato coinvolto molti anni prima, ma Marta, pur essendone vagamente a conoscenza, non si dimostra interessata ad approfondire la vicenda. A Milano si mantiene valutando dattiloscritti per una grande casa editrice. Vive in un monolocale al terzo piano, cammina tutto il giorno per strade a lei estranee e si siede a leggere sulle panchine all’ombra. La domenica il suo compagno la raggiunge, ma per il resto del tempo sperimenta una solitudine a lei sconosciuta e cerca di scrivere un romanzo senza trovare la giusta ispirazione. Di ritorno a Torino per le feste natalizie, la conversazione cade nuovamente su quel lontano processo e Marta decide infine di ricostruirne la vicenda; ma per farlo deve ricomporre anche l’identità di quel padre che credeva di conoscere così bene, ma di cui aveva sempre ignorato il passato…

Il romanzo d’esordio di Marta Barone si innesta in un filone, quello usualmente denominato autofiction, che ha di recente permesso al panorama editoriale italiano di scoprire nuove e interessanti voci, come Claudia Durastanti con La straniera e Jonathan Bazzi con Febbre. Questo libro non è però soltanto la ricostruzione di un periodo storico molto tribolato, gli Anni di piombo nella Torino degli anni Settanta e Ottanta, ma è anche il tentativo di ritrovare un tempo che la morte ha reso quasi irrecuperabile. È la stessa Barone a dire che “il libro esiste perché non esiste più l’uomo”. Attraverso ricerche, viaggi e testimonianze, l’autrice prova a ricomporre l’identità del padre che non ha conosciuto, quello degli anni delle battaglie giovanili al fianco degli operai torinesi e della radicalizzazione dei gruppi extraparlamentari dell’estrema sinistra, ma anche dell’infanzia pugliese a Monte Sant’Angelo e degli studi universitari a Roma. Barone riesce a trovare un equilibrio efficace tra la cronaca di un’epoca complessa, che ha mietuto vittime innocenti e creato quartieri degradati, ma che ha anche generato tanta solidarietà verso i poveri e gli emarginati, e il proprio vissuto personale, in cui il ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza si unisce con l’esperienza della maturità. Dietro questa ricerca si cela il desiderio di comprendere il “mistero” dell’Altro da noi, un mistero che forse non può essere svelato, ma che può aiutare a ricordare cose che si credevano di rammentare e cose che, invece, erano state cancellate dalla memoria.



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