Civetta cieca

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Un umile miniaturista di portapenne decide di raccontare le origini (e il culmine) del suo malessere esistenziale, che ha superato ormai il confine con la malattia. L’uomo è infelice da sempre (“Per alcuni l’agonia comincia a vent’anni”), ma per lui il punto di non ritorno è stato l’incontro con una ragazza, vera e propria incarnazione dell’amore. Dopo averla persa di vista, se l’è ritrovata sulla soglia di casa, ma quello che poteva essere il coronamento di un sogno si è trasformato in una condanna: la ragazza gli è morta tra le braccia e lui, accecato dal desiderio, ne ha amato il corpo esanime. Tornato in sé, temendo di essere scambiato per l’assassino, ha deciso di fare a pezzi il cadavere e, per liberarsene, ha intrapreso un’odissea allucinata, dalla quale è riemerso con un vaso affidatogli dal guidatore di un carro funebre. Stremato, ha rivissuto il proprio passato come in un “sogno lucido” (“Forse per il semplice fatto che tutti i legami che mi univano al mondo dei viventi si sono spezzati, le memorie del passato prendono forma dinanzi ai miei occhi. Passato, futuro, ora, giorno, mese, anno: sono un tutt’uno per me”). Scopriamo così che è stato sposato e che la moglie, da lui definita “sgualdrina”, lo tradiva con la “marmaglia”; lo vediamo immolarsi in un rapporto masochistico; e conosciamo la sua atipica infanzia e i dubbi sulla paternità. E adesso che si è ridestato, nonostante il fantomatico vaso sia sparito, il peso di quella morte ingiustificata continua a gravargli sul petto quasi ne fosse responsabile…

Riassumere la trama de La civetta cieca è un’impresa, sia per il sovrapporsi dei piani temporali, sia perché la sua potenza non deriva tanto dagli eventi quanto dalla coerenza interna e da riflessioni anti-vitalistiche che non ammettono confutazioni (“Di fronte alla morte, sentivo che religione, fede, credenze erano deboli, infantili concetti dei quali il meglio che si potesse dire era che fornivano una sorta di passatempo alle persone felici e in buona salute”). La “tanatofilia” dell’autore non è una posa: di estrazione alto-borghese, studente di architettura con ambizioni letterarie, Hedayat tentò il suicidio già a 24 anni, gettandosi in un fiume. Abbandonati gli studi e tornato in Iran, lavorò in banca e si dedicò allo studio di Poe, Dostoevskij e Kafka. In seguito si appassionò a Sartre, di cui tradusse Il muro (1939), nel cui racconto La camera ritrovò le atmosfere e le riflessioni del suo La civetta cieca, completato nel 1930; il racconto di Sartre, inoltre, funge da collante con un altro capolavoro, Accadimenti nell’irrealtà immediata del rumeno Max Blecher (1936), per quanto riguarda il tema della paralisi visionaria; se Blecher era lui stesso bloccato a letto dalla tubercolosi, Hedayat doveva la propria sensibilità oltre-umana all’abuso di oppio. Va ribadito che La civetta cieca precede le opere di Blecher e Sartre, che Hedayat non lo pubblicò in vita per timore di uno scandalo e che se diede alla stampa alcuni racconti (forzato dagli amici) rimase comunque indifferente al loro riscontro (“Sto scrivendo solo per la mia ombra”). Alla soglia dei cinquant’anni Hedayat si isolò e trasformò la morte in un’ossessione, finché nel 1950 non si ritrasferì nell’amata Parigi, dove si tolse la vita, nel suo appartamento, lasciando aperto il rubinetto del gas. Énard gli dedica alcune pagine di Bussola (2015), ricordandone l’affermazione: “Nessuno prende la decisione di suicidarsi; il suicidio è presente in certi uomini, è nella loro natura”. Ma Hedayat, considerato il padre della letteratura persiana moderna, è grande a prescindere dalla sua biografia. In Italia è rimasto sempre nell’ombra, forse nella consapevolezza che può spaventare alcuni lettori: pochi, come lui, sono in grado di evocare l’angoscia della morte. Questo viaggio infernale vale il biglietto a patto che ci si abbandoni alle sue logiche interne (ripetizioni stranianti e realtà intrecciate): come tutti i capolavori spietati, La civetta cieca non chiede di essere compreso, ma di poter affondare la sua ascia sul “mare di ghiaccio che è dentro di noi”.



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