Coi binari fra le nuvole

Coi binari fra le nuvole
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2012. Quattro giorni di cammino, dieci ore al giorno, per tutti e centoventi i chilometri della storica linea ferroviaria Sulmona-Carpinone, detta “Napoletana”, concepita nel 1879, inaugurata nel 1892 e chiusa nel 2011. Un cammino che parte dall’Abruzzo e termina in Molise, passando per l’Appennino più duro e selvatico; si va dai 400 metri della culla di Ovidio e si sale fino ai 1400 circa di Pescocostanzo. Un cammino di protesta contro la chiusura di una tratta storica e romantica: contro l’abbandono di quel treno che poteva essere un “formidabile volano di sviluppo turistico” e al contempo un edificante sostegno alla libertà di movimento di circa ventimila abitanti. Già: perché la “Napoletana”, durante certe nevicate, magari di tre o quattro metri, rimaneva fondamentale – le strade venivano chiuse e non c’erano alternative; in quei periodi, la “Napoletana” diventava davvero la “Transiberiana d’Italia”. Altro che i pullman. Cinque giorni di cammino di Riccardo, giornalista e scrittore modenese, e Stefano, suo amico d’infanzia: a contare le centinaia di migliaia di traversine, già piene di erbacce, andando tra orti e campi incolti, alle spalle del Monte Morrone, “un pandorone ruvido appena spruzzato di neve”, passando per il Colle Mitra, per la Maiella, pensando alla logica di chi, nell’Ottocento, non voleva solo superare, ma letteralmente attraversare l’Appennino; cinque giorni di cammino, inseguendo “il fantasma di un’idea”. Per quei binari, tanto tempo prima, era passato Pasquale D’Angelo, il futuro autore di “Son of Italy”, la prima opera in inglese di un emigrato italiano di umili origini; su quei treni, per tanti anni, a un certo punto i Savoia salivano per andare a Roccaraso, con tappezzeria rossa ad hoc; per quei vagoni s’erano seduti pendolari e militari, vecchi professori e allegri ragazzini: “soprattutto poveri, che non avevano altri mezzi di trasporto”. È un cammino di protesta dal sapore sciamanico: si cammina per quei binari abbandonati per rievocare lo spirito del treno e di un’epoca perduta, forse di una cultura solidale smarrita; si va per quei binari per restituire loro dignità, e per ascoltare le voci dei vecchi ferrovieri, dei paesani, dei sindaci...

Coi binari tra le nuvole. Cronache dalla Transiberiana d’Italia è stata la prima pagina di letteratura di viaggio della Neo. Edizioni. È un libro che ha avuto, nel corso di questi sei anni, sia buona fortuna commerciale (almeno quattro ristampe) sia buon impatto sociale: già, questa è una storia a lieto fine. Due anni dopo la pubblicazione, nel 2014, la tratta Sulmona-Carpinone è stata restituita alla cittadinanza, con partenze domenicali quindicinali e pianificazione stagionale differenziata. L’editore della Neo, Angelo Biasella, mi ha riferito che ciò è accaduto sull’onda di un ritrovato, rigenerato spirito identitario della popolazione. In questo momento, sulla linea viaggiano soltanto treni turistici (con carrozze “centoporte” e interni in legno) con notevole ricaduta sul territorio, riversando oltre diecimila visitatori l’anno nell’Abruzzo interno, entusiasti di scoprire le bellezze naturali del nostro piccolo Tibet. A ogni stazione c’è un comitato di accoglienza che offre ai passeggeri qualche segreto enogastronomico o culturale dei dintorni. Su “Internazionale”, un anno fa, Valentina Pigmei ha riferito che a ruota, in Italia, “quasi su imitazione di questo fortunato recupero, sono resuscitati altri sette treni storici, tra cui quello della Valsesia o quello del lago d’Iseo”. Naturalmente, la cittadinanza confida che la linea torni a essere parte della “Pescara-Napoli”, come era in principio, almeno nei giorni feriali: speriamo vengano ascoltati. Qualche parola, ancora, sul libro: notevole la copertina di Toni Alfano, e apprezzabile la scelta di pubblicare una mappa in seconda e in terza di copertina; l’introduzione è stata firmata dall’entusiasta compagno di viaggio dell’artista, Stefano Cipriani; la narrazione è strutturata in quattro capitoli, uno per giornata di cammino, intervallati dalle fotografie dei viandanti. L’aspetto preponderante di questo buon lavoro di Riccardo Finelli, classe 1973, è una nostalgia profondamente sensata e profondamente condivisibile: una nostalgia che si è rivelata fertile. Le sue cronache alternano apprezzabili descrizioni del territorio a ripetuti incontri con la cittadinanza, finendo per assumere un encomiabile aspetto storico-documentaristico: è un bel quaderno di antropologia. Quasi quasi ti domanderei, da mezzo istriano, di innamorarti della nostra povera, vecchia Parenzana, la linea che da Trieste, passando per Buie e per la ruvida campagna istriana, portava, nei primi del Novecento, sotto dominazione austriaca e poi sotto amministrazione italiana, fino a Parenzo, la cittadina della stupenda basilica eufrasiana, orgoglio bizantino. La Parenzana è stata stupidamente (e cinicamente) smantellata negli anni Trenta. Restituircela, ormai, può soltanto la letteratura...



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