Colpita al cuore

Colpita al cuore
Pochi sanno che, tra i padri costituenti, per un periodo serpeggiò la tentazione di scrivere l’art. 1 della Costituzione con la variante: «Lo Stato  italiano è una Repubblica democratica dei lavoratori», al fine di sciogliere ogni ambiguità sulla natura e sul profilo politico della nostra repubblica antifascista. La proposta era stata di Togliatti alla prima sottocommissione dei lavori per la redazione della Carta costituzionale, e l’avevano approvata Nenni, Moro, La Malfa e Lelio Basso. Quell’impostazione e quella formulazione, per quanto assorbite sul piano del loro significato comunque nel testo definitivo secondo il commento che ne fece Amintore Fanfani, avrebbero oggi consentito a chiunque di  verificare il percorso di progressivo allontanamento che dalla Costituzione e dai diritti da essa sanciti si è progressivamente compiuto nel tempo della storia italiana repubblicana. Lo iato storico risale agli anni ’80: fu in quel decennio che si marcò definitivamente, a livello globale e internazionale nel mondo occidentale, la distanza tra un mondo ideale che riconosceva nel lavoro e nei lavoratori le cellule genetiche della convivenza democratica e il mondo reale del capitalismo globalizzato che annulla e cancella la dignità e perfino la possibilità di esistenza di una umanità fondata su princìpi di contro ad un mondo fondato sul possesso del capitale. Marx, d’altra parte, lo aveva lucidamente previsto: «La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce soltanto merci; produce se stesso e l’operaio come una merce, e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci». Oggi, dopo il trapasso degli anni ’90, la vittoria dell’estetica del capitalismo globale sull’etica del lavoro ha il sapore di una vittoria del male sul bene, l’epilogo tragico in cui ad essere sconfitta è l’umanità e a vincere è la ricchezza in quanto tale. Per ricominciare, per invertire la rotta, per opporsi alla sconfitta e per ricominciare a sperare occorre riproporre al centro del dibattito il tema antico del lavoro e della dignità che esso consegna all’uomo…
Un’analisi impietosa, condotta avanti per brevi capitoli, fatta da chi guarda al mondo delle cose e della storia da una prospettiva “di sinistra”, non perché questa sia ancora una categoria ideologica ma in quanto prevede una definizione dell’asse interpretativo della realtà centrato sul lavoro e sul protagonista del lavoro: l’uomo. Avvincente nei ritmi, rapido, semplice ed efficace nelle asserzioni, questo libro ha l’effetto di risvegliare nel lettore una sensibilità assopita, fatta assopire dal sovrabbondare mediatico di grida e di modelli vincenti. Una guida, dolcemente amara, a scoprire che il sonno delle nostre coscienze sta agevolando l’antropofagia mostruosa del Capitale che ci sta divorando e consumando. È questa la vera dimensione globale e transnazionale del mondo moderno: una dimensione inumana, che vede nel profitto l’unica regola di mercato, a vantaggio di pochi e a svantaggio di tutti gli altri. E l’Italia della Costituzione “fondata sul lavoro”, tristemente, non fa eccezione.

 

 

 

 
 
 
 
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