Com’è trascorsa la notte

Com’è trascorsa la notte

“Ogni volta che ci siamo trovati spettatori, ne siamo stati anche attori, ci siamo avvicinati con quello spirito eccitato e curioso che prende e stringe chi desidera riconoscersi in qualcosa che accade ad altri”. Assistere alla rappresentazione del Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare fa desiderare di innamorarsi allo stesso modo dei personaggi, di perdersi del tutto per amore, vittime inconsapevoli di un filtro magico. Succede ogni volta, anche se conosciamo la vicenda, anche se “parla di cose che abbiamo vissuto”. Per queste ragioni lui le sussurra durante la notte, a lei che dorme serena al suo fianco, le chiede di immaginare il “bosco nei pressi di Atene” all’interno di un ricco palazzo elisabettiano; è una recita privata, con un pubblico che conosce i personaggi e gli attori, che a loro volta si conoscono tra loro e si confondono nella memoria e nelle immagini. Ed ecco, ci sono nozze da celebrare, nozze desiderate, nozze da sfuggire; ci sono amori che diventano inganni; ci sono due coppie che si amano ma anche vecchi amori che ritornano. E poi ci sono fate e folletti, ci sono esseri mostruosi che suscitano violente passioni e nebbie che avvolgono gli amanti; e soprattutto ci sono Oberon, re delle fate, e il suo fedele Puck – “una sorta di Eros selvaggio con una punta di malignità” – a tramare inganni, a spargere filtri d’amore soltanto per capriccio e divertimento. Tutto accade in una sola notte, una notte incantata di mezza estate. “Sono convinto che la rappresentazione sarà davvero unica. Perché ci siamo noi, stasera, io che ti racconto come immagino questa vicenda e tu che ascolti ed entrambi che osserviamo gli spiriti che agiscono su questa parete di fronte al letto. […] Immedesimarci come è giusto che accada quando si ascoltano parole che abbiamo pronunciato anche noi e si osservano gesti che abbiamo compiuto anche noi”. Sarà una notte di fiaba e magia, ma – attenzione, perché l’amore è inganno – “precipiteremo all’infinito […] e al fondo di questo precipizio troviamo, indissolubilmente legati, il meraviglioso e il perturbante, la gioia e la disperazione”…

Laureato in Storia dell’Arte e antiquario di professione, innamorato della letteratura cui si dedica con la passione dello studioso, Filippo Tuena – per dirla con Corrado Augias –“è uno scrittore piuttosto anomalo nel panorama italiano degli ultimi anni, un autore raffinatissimo”. Non è nuovo a sperimentazioni che hanno come obiettivo la frammentazione del romanzo attraverso un lavoro per sottrazione, ed è sua, naturalmente, la migliore definizione di intenti: “Il vero argomento dei miei libri è la descrizione delle macerie che emergono dall’impatto che la storia narrata ha col lettore”. È quanto avviene anche in questa sua ultima fatica letteraria, un ibrido originale e fuori al comune nel quale la trama del Sogno di una notte di mezza estate shakespeariano viene scomposta, analizzata e ricomposta, e in questa confusa narrazione tra sogno e realtà, tra commedia (che non è tradotta fedelmente ma neppure rielaborata del tutto) e saggio diventa complesso distinguere i tre piani di lettura. In una bella intervista Tuena lo ha spiegato bene, definendoli “contrappunto del copione”: la voce dello scrittore è quella che racconta alla donna che dorme come fosse – dice – una Sharazade al contrario; la voce degli attori dietro le quinte della rappresentazione costituisce il vero fulcro del romanzo; e infine c’è quello che avviene sulla scena. A legare tutto è l’amore, o meglio l’impossibilità di questo sentimento feroce, primitivo, invincibile, ma destinato alla sofferenza; sempre è frutto di illusione e inganno, esemplificato nel filtro di fiore di viola che Puck – Cupido dalle ali nere come la tenebra e la notte (che sono luoghi privilegiati per l’insidia d’amore) sparge seguendo il proprio capriccio e quello del suo padrone Oberon. Non è un caso che nelle rappresentazioni figurative – gli inserti fotografici sono sempre fondamentali nelle narrazioni di Tuena e hanno un ruolo funzionale: “Voglio che il lettore ripercorra il mio stesso cammino e sia consapevole che quello che racconto attiene alla verità, e non alla fantasia” – il suo aspetto non sia mai leggiadro e soave ma presenti sempre un aspetto negativo e malvagio. La prima rappresentazione del Sogno è del 1596, andata in scena in occasione del matrimonio della figlia del conte di Oxford; Tuena racconta la storia del testo e la arricchisce di riflessioni, divagazioni storiche, musicali, artistiche, letterarie, persino astronomiche che, secondo un percorso articolato, analizza soprattutto i personaggi e gli attori che, nella sua immaginaria rappresentazione privata, li impersonano. Ha detto ancora l’autore: “Alla fine l’unica cosa vera reale che abbiamo del Sogno sono tre edizioni stampate poco tempo dopo la prima rappresentazione, con testi riportati probabilmente a memoria e trascritti da tipografi forse distratti o frettolosi. Il che ci consente di lavorare su un’immagine fantasmatica, evocativa di ciò che è stato. Niente di più”. In verità, sostiene, di tutti gli autori teatrali, Shakespeare in tutte le sue opere è quello che consente maggiori rielaborazioni e che concede al lettore o allo spettatore la più ampia possibilità di intervenire” e dice di essersene accorto quando nel 2003 scrisse il libretto per un’opera jazz di Massimo Nunzi tratto da La tempesta. E deve essere vero, a giudicare dai numerosi film e libri ispirati dal teatro shakespeariano e dalla recente diffusa tendenza letteraria alla rilettura delle sue opere. Questo accade perché produce una fascinazione data più da ciò che non accade che da quello che avviene in una scena. Cosa succede dopo la conclusione felice del Sogno? Cosa cela davvero la sua atmosfera fiabesca ma inquietante? Le storie hanno un prima e un dopo, non si esauriscono nel narrato; purtroppo la notte ha termine e alla luce del sole tutto appare diverso. Il Sogno si interrompe così con un senso di smarrita inquietudine sottesa alla fine felice, ma la realtà è narrata nelle altre opere come Giulietta e Romeo o Amleto: Amore e Morte sono inestricabili, e sarà vero pure stavolta, anche se la storia non arriva a raccontarla. Quelle opere, dice Tuena, sono “il contraltare drammatico di quella commedia lieve”. Com’è trascorsa la notte? Domanda Titania a suo marito Oberon, stranita dalla sensazione inquietante lasciata dal filtro d’amore e dalla passione che l’ha bruciata nella notte; non ricorda nulla e quello che resta, alla fine, è soltanto l’incanto, e basta. D’altra parte è lo stesso Puck a confessarlo fin dall’inizio “Questa storia è servita a mostrare mille e mille stramberie prodotta dalle ferite d’amore ma, a parte questo, poc’altro”. In questa narrazione volutamente frammentaria che frantuma tutti i modelli, in questa analisi sui generis del rapporto tra lettore e testo, del ruolo stesso del lettore nel testo, con questa specie di riscrittura del Sogno, Tuena rende indubbiamente omaggio al Bardo e scrive un libro imperdibile per tutti gli appassionati di teatro ‒ e di Shakespeare soprattutto.



 

 

 

 
 
 
 

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