Come cavalli che dormono in piedi

Come cavalli che dormono in piedi

Agosto 1914. Migliaia, centomila almeno, di trentini e giuliani partono per la guerra, speranzosi che non durerà oltre il tempo della vendemmia. Ma non sarà così e il conflitto si espanderà come un'epidemia, cambiando la faccia dell'intera Europa. Partono verso una terra che oggi non esiste più, se non nel ricordo collettivo di quanti oggi vi migrano per visitare i cimiteri monumentali e le tombe di mille e mille caduti dai nomi italiani. La Galizia, storica regione tra la Polonia e l'Ucraina, è terra di fango, di strati di sangue rappreso, di carcasse di cavalli e uomini stratificati insieme. Ma non la troverete in nessun mappamondo, cancellata dalla faccia della Terra. Tutto ha inizio con un bisogno di partire. In una notte di bora, qualche cosa si smuove e si deve andare in cerca delle tracce di quanti, cento anni fa, combatterono per l'impero austroungarico, dall'altra parte della barricata, oltre i Carpazi, dove i confini sono solo linee ideali sagomate in una pianura che non può separare niente. E il viaggio dell'autore si trasforma in pellegrinaggio, in cerca dei cimiteri, con un bagaglio di lumini da depositare sulle tombe dei caduti, che sono tutti uguali, che non hanno bandiera, che non hanno lingua, ma che una voce invece ce l'hanno ed è lì, pronta per farsi ascoltare da tutti quelli che la vorranno ascoltare...
“È dal culto dei morti che nasce la civiltà”. Le gocce di saggezza popolare sgorgano dalla bocca di un anziano ciclista, nei pressi di uno dei quattrocento cimiteri austroungarici sparsi per la Galizia. Un culto che si sta riscoprendo, come se i nipoti temessero di perdere le proprie radici, come se, svanito il ricordo, anche la loro vite perdessero di senso. E forse è proprio così. Rumiz parte da Trieste, col solito suo entusiasmo. Dalla sua Trieste che, proprio da quel conflitto, non fu più la stessa. Svilita e svenduta, sbiadita, con ancora addosso il ricordo di tempi migliori. Il viaggio attraversa la Storia, spostando il baricentro dell'Europa e l'asticella del tempo, che torna indietro, scandito dalle parole piene di Rumiz, che trasudano commozione. 

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