Come diventare se stessi

Come diventare se stessi

David Lipsky e David Foster Wallace, nel marzo del 1996, parlano di fica, della televisione e della dipendenza che può creare, delle droghe in generale, di Infinite Jest e John Updike, dei viaggi in aeroplano e del jet lag, del freddo, di Drone e Jeeves (i due cani di Wallace), del successo e dell’inadeguatezza alla notorietà, del tabacco, di John Franzen e di Steven Spielberg, dell’alcol, della depressione sfiancante, di musica, del rapporto con i genitori, dell’università e de La scopa del sistema, dell’editore Little, Brown, dell’interviste e dei critici letterari, di Don Delillo, del ballo, del lungo tour promozionale di Infinite Jest e del desiderio di non rispondere alle domande del pubblico, dell’incapacità di rispondere anche ad una sola di esse: “Di cosa parla Infinite Jest?” semplicemente perché è Wallace per primo a non saperlo e perché forse parla di ogni aspetto e minuzia della sua vita, impossibile da riassumere dopo solo cinque giorni di lunghi discorsi e convivenza forzata…

C’è ben altro, in questa interminabile intervista licenziata da Rolling Stones all’epoca dell’uscita di Infinite Jest. Lipsky, complice un registratore con il quale può imprime non solo la voce di Wallace ma anche ogni suono e rumore che li hanno accompagnati durante i loro pellegrinaggi, annota tutti i più insignificanti dettagli della vita dello scrittore – a rigor di cronaca, anche Lipsky si spaccia per tale. Nei giorni orbitanti l’ultimo reading a supporto della sua opera più nota, si distende questo spaccato fatto di quotidianità e paranoie. Le trascrizioni delle registrazioni sono pressappoco fedeli al modo di parlare di Wallace, titubante e balbuziente. Lunghe frasi sconclusionate tutte tese alla ricerca di una quadra semplice e comprensibile. La risposta chiara e piena di significato arriva di rado, ma ha il pregio di consegnare come veritiera una importante tesi riguardante lo stile e la sostanza dell’opera di Wallace: parla, e quindi scrive, come mangia, in maniera bulimica e senza dare troppo peso al suo metabolismo ingombrante. Un fiume di idee e concetti, aspetto che chi ha dimestichezza con i suoi libri ha già colto appieno. Lipsky è uno di questi e gioca molto con le contraddizioni e i ripensamenti di Wallace, spesso con un pizzico di cattiveria. Cerca, senza grandi risultati e per imposizione della testata musicale, di scavare il più a fondo possibile. Batte proprio dove forse non c’è molto da dire, sulla dipendenza dalle droghe (d’ogni tipo) e i ricoveri in clinica. Al contrario, risultano molto interessanti le teorie sulla comunicazione e i rapporti umani, di come la sfera intima possa tradursi in un vero cataclisma sociale. E il desiderio di scrivere, incessantemente e con metodo da professionista, senza soste. Ogni pensiero sembra assumere proporzioni inestricabili, meritevole di un saggio, un racconto o addirittura un romanzo. Giustamente infine manca la risposta più importante, quella che se fosse stato in grado di consegnarci, non l’avrebbe portato via e l’avrebbe invece costretto al suo lavoro infinito.



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