Come l'aria

Come l'aria
Agosto 1980. Voivodina, nord della Serbia. La famiglia Kocsis – padre, madre e due figlie, Ildikó e Nomi –  è tornata: sono nati qui, ma non ci vengono spesso, ora vivono in Svizzera. Seduta sul sedile posteriore di una Chevrolet color cioccolato, Ildikó è eccitata. «Non l'ho mai detto a nessuno» pensa, «ma io amo questa pianura che si assottiglia in una striscia desolata, non regala mai nulla; completamente sola in questa pianura dalla quale non puoi aspettarti niente, su cui al massimo puoi sdraiarti, a braccia aperte, è questa la protezione che ti concede». Non vede l'ora di rivedere nonna Mamika, zio Móric e zia Manci, il cugino Nàndor che fra pochi giorni si sposa e tutti gli altri. Saranno uguali a come li ricorda? Non è cambiato niente, dice dentro di sé la bambina, non è cambiato niente, ripete ad alta voce alla sorella accanto a lei. Annuiscono a vicenda, ma negli occhi di entrambe c'è paura. Ci sarà ancora il pollaio, si potrà ancora bere la Traubisoda, la palačinka di Mamika avrà lo stesso sapore? Le radici dei Kocsis sono in questa terra, eppure i rami crescono da un'altra parte; qui si parla ungherese, in Svizzera s'impara il tedesco. Prima di rivedere i parenti è giusto fare tappa anche al cimitero, perché non si devono mai dimenticare i morti: «le mani, che in simili momenti sono sempre d'impaccio, il tempo, che in simili momenti è sempre inopportuno, se si piangesse si saprebbe almeno cosa fare delle mani»...
Libro di memorie, romanzo, magma di pensieri: non è semplice trovare la parola più adatta a definire Come l'aria, storia di una famiglia di emigrati e allo stesso tempo ritratto della Voivodina dalla fine della seconda guerra mondiale (il dramma di Papuci) alla metà degli anni Novanta. Sarà per il modo di raccontare di Melinda Nadj Abonji che fa vivere sulla pagina i ricordi di Ildikó con un linguaggio musicale, quasi un canto che s'innalza forte tra discorso indiretto libero e mescolanza di linguaggi (il tedesco faticoso dei genitori, l'ungherese di Mamika, l'inglese di Dalibor, il serbo-croato delle donne nella caffetteria presa in gestione dai Kocsis). Sarà perché l'ordine cronologico è preciso e vago allo stesso tempo: ci sono date esatte, ma disposte quasi a caso, come del resto accade nei ricordi, che non fanno certo visita in sequenza o a comando. Ildikó saltella sul suo passato, di qua e di là, dall'infanzia al giorno in cui decide di andare a vivere per conto suo, ancora e ancora, fino a farsi sanguinare i piedi. Racconta senza nascondere le cicatrici che ha addosso, lascia persino si notino i pezzi mancanti della sua vita, i segreti che i genitori non le hanno mai svelato. La sua è una vendetta contro il silenzio, perché se c'è una cosa che Ildikó non sopporta è tacere, mettersi in disparte, farsi trasparente "come l'aria". E Ildikó parla, guidata da Melinda Nadj Abonji, nata in Serbia e cresciuta in Svizzera, e ci mostra le sfumature più dolorose di un'Europa ancora divisa, nella quale le minoranze vengono calpestate, incolpate, insozzate (c'è una scena in cui la protagonista descrive quel che accade nella toilette della caffetteria Mondial che fa venire brividi e rabbia). Il ritratto più bello è quello di Mamika, una presenza che per le sorelle Kocsis è ancor più importante di quella materna, perché è l'unica ad avere la forza per rispondere agli interrogativi delle bambine. A fine lettura ci si chiede quale sia la vera patria della famiglia Kocsis. Rispondere è difficile, ci vorrebbe una Mamika a illuminare i pensieri più oscuri, sempre che si abbia il coraggio di ascoltarla. 

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