Come le vene vivono del sangue

Come le vene vivono del sangue

Il suono arriva forte e allo stesso tempo attutito da qualcosa. Un suono costante: quello dell’ambulanza che giunge a sirene spiegate. Antonia sta lentamente perdendo la consapevolezza e si sta abbandonando ad uno stato di oblio: esattamente quello che ha desiderato prima di compiere quel gesto che un tempo non avrebbe mai pensato di avere il coraggio di mettere in pratica. Ha ingoiato una dose massiccia di barbiturici. Il suo è un consapevole addio alla sua vita. È il due dicembre, la neve è caduta copiosa nei giorni precedenti e tutto è coperto, ovattato. Chissà come sarà a giugno, quando saranno nuovamente fioriti i papaveri. E dove sarà Antonia tra sei mesi? Resterà ancora un ricordo di lei? Del suo passaggio su questa terra? E le sue adorate montagne, resteranno immobili ad attendere il suo passaggio? Nelle valli sarà ancora possibile ascoltare l’eco delle sue risate? Vittorio Sereni, suo grande amico, continuerà a scrivere ora che Antonia sta andando via? Ricorderà le loro passeggiate, i discorsi sulla poesia, sullo stato dell’arte, sulla politica? E che ne sarà del suo amore per Remo? È ormai tutto perduto? È stato tutto vano il suo disperato amore, la sua sofferenza, i suoi tormenti? Inutili le notti insonni passate a comporre le sue poesie? Sente la voce dei suoi genitori. Suo padre non si arrende. Pretende che i medici trovino immediatamente un modo per salvarla, per riportarla indietro. Antonia sorriderebbe, se ne avesse la forza. Ma sta lasciando tutto alle sue spalle ormai…

Antonia Pozzi, donna passionale e fragile, è stata poetessa e fotografa. Grande amica del poeta Vittorio Sereni, del filosofo Dino Formaggio, dei fratelli Treves, ha deciso di togliersi la vita giovanissima il 3 dicembre 1938. Delle sue opere resta un corpus estremamente interessante di liriche e di lettere che la giovane donna ha composto nella sua breve e intesa vita. Gaia De Pascale ci racconta la vita di Antonia Pozzi in un lungo monologo, uno straziante flusso di coscienza che comincia a bordo di una ambulanza e si conclude nella quiete di una camera d’ospedale a Milano dove Antonia rimane tra la vita è la morte per oltre ventiquattro ore. La De Pascale ha raccolto tutta la produzione della poetessa milanese, sconosciuta ai più, e l’ha vagliato con grande attenzione, con sapienza, facendo uso di un imponente lavoro di mimesis. Il lettore si immedesima in Antonia Pozzi, è con lei nelle sue ultime, travagliate, ore di vita. Riesce a immaginarla giovane e bella, innamorata e, purtroppo, non ricambiata di Remo Cantoni, passeggia con lei sui pendii delle sue amate montagne, a Pasturo – il suo luogo del cuore – dove ha sempre trascorso le vacanze e dove si sente finalmente protetta, conosce la sua migliore amica e depositaria dei suoi segreti. Come le vene vivono del sangue si legge senza riuscire mai a distogliere lo sguardo dalle pagine del libro, si resta incollati, si beve tutto d’un fiato. E, giunti alla chiusa, ci si commuove. E, come ha scritto la Pozzi, si arriva alla consapevolezza che “al mondo niente di quello che si fa va perduto”.

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